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Lo stallo delle crisi e le bombe a orologeria dell'industria

Alberto Brambilla

L’atteggiamento anti industriale del M5s e la flemma della Lega hanno disseminato di crisi aziendali il percorso di qualsiasi esecutivo futuro creando i presupposti per un malcontento sociale diffuso

Il governo gialloverde è caduto sotto il peso delle sue contraddizioni. Ma per lo sviluppo economico di un paese manifatturiero è la congiuntura negativa dell’ideologia anti industriale del M5s guidato da Luigi Di Maio unita all’inerzia sulla politica industriale della Lega di Matteo Salvini ad avere creato i presupposti per l’aggravamento di situazioni di crisi produttive che riguardano centinaia di imprese in difficoltà con decine di migliaia di lavoratori. La mancanza di continuità, generata dalla crisi politica in corso, ritarda per un tempo indefinito l’approvazione di provvedimenti essenziali per mantenere produzioni in Italia e lascia gli imprenditori senza alcun interlocutore istituzionale, al punto da potere decidere di rivedere piani di investimento pluriennali finora assicurati o di delocalizzare. Le conseguenze sono imprevedibili ma avranno un impatto significativo, in termini di malcontento sociale, sia in caso di elezioni anticipate, durante la campagna elettorale, sia in caso di continuità, con un esecutivo sostenuto da una maggioranza alternativa a quella Lega-M5s.

 

Sono diverse le crisi industriali ad assere peggiorate con lo scaricabarile tra gli (ex) alleati dalla Piaggio Aerospace (Liguria) alla Bluetec (Sicilia) passando per la Aferpi-Jsw ex Lucchini (Toscana). E si trascineranno con l’utilizzo della cassintegrazione. Un effetto diretto della crisi di governo si vedrà a breve all’Ilva di Taranto. Per volere del M5s il “decreto crescita” di giugno ha fissato al 6 settembre prossimo il termine dell’immunità penale e amministrativa che consentiva ai dirigenti dell’investitore ArcelorMittal di non incorrere in procedimenti penali fino al 2023, ovvero nel periodo di attuazione del piano di riconversione degli impianti con le migliori tecnologie per ridurre l’impatto ambientale del siderurgico. Senza il ripristino di quelle condizioni, stabilite un anno fa in accordo con il governo al momento della decisione di investire, per Arcelor diventerà impossibile gestire il gruppo Ilva con circa 20 mila dipendenti. Prima il ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio ha voluto quella norma, nel tentativo di blandire la base grillina favorevole alla chiusura totale del siderurgico, poi ha cercato di riparare al danno eventuale dell’abbandono di Arcelor con il successivo decreto per le “crisi di impresa”. Secondo indiscrezioni di stampa, il decreto reintrodurrebbe l’immunità con la verifica nel tempo del rispetto del piano ambientale: di fatto ripristinerebbe l’immunità a condizioni accettabili per Arcelor, cosa indicibile per Di Maio. Tuttavia il decreto non è ancora pubblicato in Gazzetta ufficiale, al momento è quasi impossibile che sarà convertito entro il 6 settembre. In tal caso Arcelor ha già avvertito che non produrrà più acciaio in Italia. E se non può farlo il primo produttore europeo è improbabile che si presenti un altro investitore temerario in un contesto di rallentamento generale del ciclo di produzione di acciaio. Certo, il Parlamento sarà regolarmente in funzione a settembre: sotto il profilo giuridico i decreti legge possono essere convertiti oppure, in alternativa, un parlamentare (di quale partito?) potrebbe proporre una norma di analogo contenuto e rimediare allo stallo. In caso di sfiducia al governo Conte, l’esecutivo resta in carica per gli affari correnti il cui elenco viene redatto dal governo dimissionario: includere l’Ilva corrisponde a un soccorso in extremis di cui il M5s non si prenderebbe la responsabilità, in ossequi all’elettorato decrescitista. Resta la responsabilità grillina di avere perso un anno, di avere quasi spinto alla fuga un investitore facendo lavorare Ilva in condizioni critiche. Permane poi il problema di gestire un impianto in decadenza – tre gru sono crollate a luglio per il forte maltempo – e a produzione di acciaio dimezzata – su cinque altiforni solo due sono attivi.

 

La vocazione anti industriale del M5s e la flemma leghista hanno poi lasciato i settori dell’industria ad alto consumo di energia nell’incertezza, la mancanza più critica. A fronte degli obiettivi di riduzione delle emissioni sono definiti al 2030, attraverso il “pacchetto energia e clima” presentato alla Commissione europea, non sono state assicurate alle aziende le condizioni per poterli raggiungere. Parliamo di circa 3.703 aziende con 450.000 addetti impiegati (oltre un milione considerando l’indotto) nei settori di base: l’elettrosiderurgia, le fonderie, la chimica, il cemento, il vetro, le piastrelle, la carta, i metalli non ferrosi e in più consorzi e piccole e medie imprese dell’indotto. Molte aziende hanno sede nel nord e nel nord-est, territori d’elezione della Lega dove alcuni imprenditori ora chiedono di andare subito al voto seguendo Salvini. Tuttavia i leghisti hanno la responsabilità di aver demandato l’intera politica industriale ed energetica al M5s. Come detto, a fronte di obiettivi di riduzione delle emissioni impegnativi – dal 21 al 43 per cento nel periodo 2021-2030 –, il ministero dello Sviluppo non ha chiarito quali strumenti vuole adottare per permettere alle aziende di risparmiare sui costi di produzione attuali in modo da investire in tecnologie a minore impatto ambientale. Finora gli strumenti usati sono stati spalmare gli oneri sulle bollette civili, autorizzare l’interruzione dell’erogazione di energia ai siti industriali per ottenere una compensazione e un ulteriore sgravio sui costi di approvvigionamento di energia elettrica per i grandi consumatori con la realizzazione di interconnettori. Il rischio è che se l’approvvigionamento di energia per le imprese in Italia rimane più costoso che in Francia o in Germania le imprese decidano di delocalizzare le produzioni. Su 158 tavoli di crisi industriale 130 riguardano appunto il tema energetico. Per esempio la SiderAlloys subordina a una riduzione del costo dell’energia per la produzione di alluminio l’impegno a riassumere a settembre gli oltre cento operai usciti dalla ex Alcoa di Portovesme in Sardegna.

 

Il bilanciamento tra una riduzione dell’impatto ambientale dell’industria e il relativo impegno finanziario per investimenti ambientali investe anche un ipotetico esecutivo a trazione Pd-M5s-LeU se l’obiettivo dell’alleanza – oltre a non andare ad elezioni – dovesse essere quello di fare nascere un partito ambientalista di qualche appeal elettorale.

 

Infografica di Enrico Cicchetti 

 

Parallelamente alla riduzione dei costi per l’approvvigionamento di elettricità c’è quello di approvvigionamento del gas. Sono entrambe questioni che il M5s ha accantonato forzatamente per un anno e che erano state introdotte dal predecessore di Di Maio, Carlo Calenda, per cercare di mantenere competitiva l’industria italiana. I settori gasivori sono sovrapponibili a quelli ad alta intensità di consumo di energia elettrica, con la rilevante aggiunta della siderurgia a ciclo integrale come l’Ilva dove il gas viene utilizzato nel ciclo produttivo dell’acciaio. Con una legge europea del 2017 (“disposizioni per l’adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all'Unione Europea”) è iniziata la discussione per adeguare la normativa nazionale a quella comunitaria ed esentare le imprese a forte consumo di gas dal pagamento di una quota degli oneri derivanti dalle politiche climatiche. Tuttavia è rimasta ancora lettera morta. Da un lato, perché il M5s non considera il gas come un elemento essenziale per la transizione energetica (nella sua mitolgia, lo assimila erroneamente al petrolio). Dall’altro, per non fare pesare la produzione industriale sulla bolletta dei cittadini. Anche per questo la riforma degli oneri di sistema della bolletta gas non è stata ultimata. Secondo Confindustria, l’impatto delle agevolazioni alle industrie gasivore avrebbe un impatto del 6 per mille sulla bolletta annuale delle famiglie. Permane dunque un handicap competitivo. Se in Italia l’approvvigionamento di gas per l’industria costa 25,99 euro al metro cubo, la Germania può consentire un costo di approvvigionamento più basso se al prezzo attuale di 26,12 euro vengono sottratte le agevolazioni – già programmate dal governo tedesco – per 3,6 euro al metro cubo. Senza contare che in Italia il costo della commodity è più elevato che in Germania. In una fase di ciclo congiunturale problematico, con eccessi di capacità produttiva, il pericolo è che le multinazionali stabilite in Italia decidano di produrre dove i costi sono più bassi avendo a disposizione l’intero continente europeo.

 

Purtroppo il metodo usato da Di Maio per evitare le delocalizzazioni non è stato quello di offrire incentivi a settori rilevanti, ma quello di offrire incentivi “ad aziendam”. E’ il caso della Whirlpool di Napoli, constituency elettorale di Di Maio, originario di Pomigliano D’Arco, dove con il decreto sulle “crisi di impresa” vengono promessi 17 milioni di euro in sgravi, un possibile aiuto di stato selettivo. Anche quel decreto rischia di non essere convertito. Tuttavia la multinazionale americana non vuole aiuti e ha comunque deciso di cedere l’impianto di elettrodomestici con 430 dipendenti. Non è negativo che, con l’eventuale fine anticipata della legislatura, termini questo modus operandi. Ma il governo gialloverde ha disseminato il percorso di qualsiasi esecutivo futuro di situazioni di crisi , delle “bombe a orologeria”. Sia la Lega sia il M5s ne subiranno le conseguenze quando esploderanno.

  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.