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Una teoria di bugie

Consigli non richiesti agli imprenditori del nord per non fidarsi di Salvini con “pieni poteri”

15 Agosto 2019 alle 06:13

Una teoria di bugie

Matteo Salvini esce dall'Hotel Palatino dopo la riunione con i parlamentari della Lega del 12 agosto (foto LaPresse)

Senza il motore di un nord economicamente forte che trascini l’Italia la distanza che separa il Mezzogiorno dalle nostre aree più sviluppate si allarga drammaticamente e cresce il rischio di una implosione del paese. Per questo è ancora più importante capire oggi, nel mezzo della crisi di governo che si è aperta, quali ricette proporranno le forze politiche, a cominciare dalla Lega, non solo per rilanciare il sud ma soprattutto per riportare il nord a crescere ai tassi record sperimentati negli ultimi anni. In questo quadro scongiurare l’aumento dell’Iva non è cosa di poco conto, perché il costo che pagherebbero gli italiani se scattassero gli aumenti previsti dalle clausole di salvaguardia sarebbe di tale entità da affossare definitivamente i consumi delle famiglie anche al Settentrione, dove pure erano già tornati sopra i livelli pre-crisi. 

 

Il paradosso è che, al di là delle promesse in larga misura irrealizzabili sulla flat tax e degli annunci di condoni di varia natura, finora la Lega non ha proposto un vero programma per il nord, per i suoi ceti produttivi, per le piccole medie imprese e per le famiglie risparmiatrici. Mentre negli ultimi anni un importante mix di politiche per la crescita e l’innovazione del nord era stato trovato grazie alla riforma del mercato del lavoro, agli incentivi per gli investimenti in nuovi macchinari e tecnologie e a una crescente integrazione – attraverso le filiere produttive e l’export – proprio con quell’Europa della moneta unica che il fondamentalismo leghista-sovranista vorrebbe abbandonare.

 

In altri termini, parecchie delle risposte che la Lega non sa dare alle esigenze del nord erano paradossalmente arrivate con le politiche economiche dei tanto criticati governi a guida Pd. 

 

Al contrario, in quattordici mesi di governo condiviso con il M5s la Lega ha assistito passivamente all’azzeramento della crescita del pil, degli investimenti e dell’occupazione anche nel nord Italia. E ha visto aumentare, anziché ridursi, la pressione fiscale.

 

Le risposte che la Lega dovrebbe dare al nord produttivo sono perciò molte.

 

Prima risposta. La crescita economica, oggi piatta. Nel 2017 il pil del nord Italia aveva toccato un aumento massimo del 2,1 per cento (a fronte di una media italiana dell’1,7 per cento), dopo il più 1,1 per cento del 2015 e il più 1,3 per cento del 2016. E la Lombardia nel 2017 aveva raggiunto addirittura il più 2,7 per cento, surclassando anche la potente Germania precrisi del diesel. Aumenti che, escludendo il temporaneo rimbalzo del gatto morto del 2010 dopo il crollo repentino del 2009, non si vedevano nel settentrione d’Italia da oltre quindici anni. Che cosa propone ora esattamente la Lega per ritornare a quei tassi di crescita?

 

Seconda risposta. Gli occupati nel nord Italia, prima del governo gialloverde, erano cresciuti di 543 mila persone dal secondo trimestre 2014 al secondo trimestre 2018, passando da 11 milioni e 548 mila a 12 milioni e 91 mila. Una ripresa invero notevole. Da allora in poi, però, la crescita dell’occupazione al nord si è praticamente arrestata. Che strategia per il lavoro ha in mente la Lega affinché gli occupati del Settentrione tornino ad aumentare?

 

Terza risposta. La Lega ha promesso grandi tagli di tasse, soprattutto a favore dei ceti produttivi e delle famiglie. Ma in meno di un anno di governo gialloverde, secondo i dati Istat, il tax rate è già aumentato di circa 3 decimali di pil, invertendo una tendenza al ribasso che durava ininterrottamente dal governo Renzi in poi e che aveva portato la pressione fiscale a scendere di oltre un punto e mezzo di pil (di oltre 2 punti considerando anche l’effetto 80 euro). Adesso che cosa propone concretamente la Lega per abbassare le tasse che non si tratti di ipotesi finanziariamente insostenibili di flat tax o simili? E in che modo scongiurerebbe gli aumenti di Iva che incombono sulle nostre teste?

 

Quarta risposta. I settori produttivi del nord Italia detestano l’instabilità dei mercati e la volatilità dello spread conseguenti ad una gestione irresponsabile dei conti pubblici, che negli ultimi anni avevano visto finalmente una stabilizzazione del rapporto debito/pil. Quale è ora esattamente la strategia leghista sul debito pubblico?

 

Quinta e ultima risposta, limitandoci qui per brevità ad alcune delle più importanti questioni sul tappeto. L’export del nord Italia è cresciuto di 44 miliardi di euro tra il 2014 e il 2017, grazie anche al Piano straordinario per il made in Italy. Ciò è avvenuto con il nostro paese ben piantato dentro l’area dell’euro e non fuori di essa come vorrebbero gli ideologhi fondamentalisti-sovranisti della Lega. La Lega pensa forse che il nord Italia diventerebbe più competitivo uscendo dall’euro?

 

La realtà è che il nord Italia in questi ultimi anni ha compiuto un grande salto in avanti tecnologico, di modernizzazione e internazionalizzazione che, come mostrano i dati degli investimenti 4.0, ha visto protagoniste migliaia di piccole e medie imprese. 

 

Con le politiche economiche – per ora molto confuse – della Lega, con una ipotetica disastrosa minaccia di uscire dall’euro e anche soltanto con la continua pretesa velleitaria di piegare la Unione europea e l’Eurozona ad un sovranismo casereccio si alimentano invece le incertezze che scoraggiano le imprese e gli investimenti, nel nord e in tutta Italia. Più che un programma economico sembra un salto nel vuoto.

Marco Fortis

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