Nicola Rossi spiega perché il salario minimo europeo è un bluff

Annalisa Chirico

Il M5s ha votato von der Leyen per le sue promesse sul salario minimo, che se applicate però creerebbero un danno all’Italia

Roma. Per giustificare la giravolta che li ha portati a votare per la neopresidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, il M5s non ha esitato a evidenziare come l’ex ministro tedesco abbia inserito nel suo discorso una misura ammiccante come il salario minimo europeo, vale a dire la traslazione in sede comunitaria di un cavallo di battaglia a cinque stelle. In realtà, a sentire il professore Nicola Rossi, che insegna Economia politica all’Università di Tor Vergata, l’annunciato provvedimento che a Bruxelles mette d’accordo grillini, socialisti, verdi e liberali presenta non poche criticità. “In generale, quando si parla di salario minimo, occorre osservare il livello a cui esso viene fissato: se troppo alto, rischia di tenere fuori dal mercato del lavoro persone che altrimenti troverebbero un impiego. Se invece l’aggettivo minimo viene preso sul serio, esso può avere un senso come rete di sicurezza sociale, sempre a condizione che vada a sostituire il contenuto economico del contratto collettivo nazionale anziché aggiungersi ad esso”.

 

L’Ocse ha frenato sulla proposta del vicepremier Di Maio di fissarlo a nove euro l’ora: sarebbe il più alto dell’Unione europea. “Quella cifra è eccessiva perché non tiene conto della realtà macroeconomica – prosegue Rossi – In primo luogo, deve essere chiaro che il salario minimo, sia nella versione nazionale che europea, non risolve di per sé la questione salariale né le disfunzioni del mercato del lavoro. Un sistema funziona se il contenuto economico del contratto viene fissato localmente, il più possibile vicino al luogo dove, grazie all’incontro tra domanda e offerta, si stabilisce il nesso tra salario e produttività”. In Italia Confindustria e sindacati lo avversano. “Per le organizzazioni datoriali e sindacali significa il depotenziamento del contratto collettivo nazionale, dunque una perdita di potere. Il problema italiano è che il salario minimo, anche se venisse fissato a un livello inferiore di quello annunciato, andrebbe ad aggiungersi al contenuto economico del contratto nazionale, fissandone addirittura un unico livello per l’intero territorio nazionale. Questo sarebbe un errore capitale: considerate le vistose differenze nei livelli dei prezzi tra Enna e Bolzano, un salario minimo nominale identico ovunque produrrebbe tenori di vita assai diversi. Tali effetti negativi verrebbero magnificati se lo schema venisse replicato in versione europea”.

 

La proposta della neopresidente von der Leyen su una materia che rientra in una competenza nazionale è demagogica? “La proposta viene ormai sventolata da più parti come una bandiera nel dibattito pubblico, funziona perché è popolare. Il discorso della neopresidente mi è sembrato molto ambizioso: passare dalle parole ai fatti non sarà facile – prosegue Rossi – Se il salario minimo europeo, pur nella vaghezza del piano attuale, viene fissato a un livello davvero minimo e in termini non nominali, può valere come rete di sicurezza sociale a condizione che si sostituisca al contenuto economico dei contratti collettivi da definire a livello aziendale o per comparto. Sindacati e imprese potrebbero allora soffermarsi, a livello nazionale, sul contenuto normativo che attiene alle ferie e alla sicurezza sul lavoro, tema sul quale, anche a giudicare dall’incidenza degli incidenti, le parti coinvolte mi sembrano distratte”.

 

Dov'è finita l'Europa che sognava un esercito unico a difesa dei confini europei e una politica estera comune? “Negli ultimi anni la sordità dell’Europa sulla gestione condivisa dei flussi migratori ha decretato il fallimento di quel sogno che pure va recuperato e rivitalizzato. A mio giudizio, le regole di Dublino sono state approvate con un filo di leggerezza, senza un’attenta valutazione delle conseguenze che ne sarebbero derivate”. Così, c’è rimasto il salario minimo uguale per tutti. “Un mercato del lavoro integrato migliora il funzionamento di un’area monetaria comune. Non appena gli stati membri se ne renderanno conto, avranno compiuto un passo avanti”.

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