Perché i costruttori sono demoliti dalle promesse infrante

Alberto Brambilla

Lo #sbloccacantieri non serve. “Ricevuti ma non ascoltati. Così si cura un malato terminale con l’aspirina”, dice Buia (Ance)

Roma. Per mesi i rappresentanti del settore edilizio sono stati considerati degli interlocutori dal governo Conte con richieste di collaborazione e apporto di idee per scrivere il decreto “sblocca cantieri” approvato giovedì dal Cdm. E’ stato dunque preso con disappunto il risultato di quella che sembrava una collaborazione perché nel decreto non c’è niente capace di produrre una spinta agli investimenti pubblici e privati nell’unico settore che non ha recuperato in seguito alla crisi economica. “Ho cercato di fare capire al legislatore e alle forze politiche la necessità e l’urgenza di intervenire in un settore che non è cresciuto”, dice al Foglio Gabriele Buia, presidente della Associazione costruttori italiani (Ance) alla quale aderiscono circa 20 mila imprese private specializzate in opere pubbliche ed edilizia. “Ma alla fine la montagna ha partorito un topolino e da quanto prodotto dal decreto stiamo curando un malato terminale con l’aspirina”.

   

La situazione del settore è molto deteriorata. Seicentomila posti di lavoro persi dal 2009. Circa 121 mila imprese cessate dal 2008. Secondo l’associazione costruttori sono almeno seicento le opere bloccate nel paese censite sul sito sbloccacantieri.it pari a 51 miliardi di investimenti fermi. La risposta del governo a questa condizione è stata deludente secondo Ance. Buia, insieme ad altri rappresentanti di categoria, sono stati ascoltati da Conte insieme al ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli e a quello dello Sviluppo Luigi Di Maio e prima ancora anche da esponenti della Lega. “Hanno detto di avere attenzione alle nostre proposte, abbiamo presentato un pacchetto di norme efficaci che può sbloccare veramente i cantieri per semplificare le procedure a monte e introdurre la riqualificazione urbana. Invece vediamo che nel testo – approvato salvo ulteriori intese – ci sono misure non decisive. Si fa ricorso a commissari dotati di ampi poteri di deroga al Codice degli appalti e al massimo ribasso senza obbligo dell’esclusione automatica col metodo anti turbativa”, dice Buia. Viene infatti potenziata la figura dei commissari per realizzare le opere pubbliche ma significa di fatto dare la possibilità di derogare al codice appalti senza semplificare le norme che velocizzerebbero i lavori in modo sistematico. La seconda decisione è di estendere il massimo ribasso per le offerte alle stazioni appaltanti prima vincolate a una valutazione mista basata (per 70 punti) sulla proposta tecnica e (per i restanti 30 punti) su quella economica. Quest’ultimo vincolo è stato tolto con il rischio futuro di realizzare opere con ribassi tali da non tutelare la qualità delle opere, con le imprese più affamate disposte a recuperare le spese con un abbassamento del costo del lavoro o della qualità o entrambi. Non sembra dunque la “rivoluzione” promessa dal ministro dell’Interno Matteo Salvini ma proprio “l’aspirina” che lo stesso ministro diceva di non volere somministrare all’Italia. “La madre di tutte le battaglie è lo snellimento burocratico-amministrativo – dice Buia – per completare un’ opera di oltre 100 milioni ci vogliono sedici anni, il 55 per cento del tempo per arrivare alla cantierabilità sono tempi morti. Ma per questo c’è poco o niente. Non solo. Prima della legge di Bilancio erano stati promessi maggiori investimenti in infrastrutture per 3,5 miliardi, ma in seguito alla revisione dopo i contrasti con la Commissione europea, ci siamo accorti che sono stati addirittura ridotti fino a essere negativi di un miliardo di euro rispetto a quanto programmato per il 2019”. Nel periodo 2015-’18 l’Italia ha investito in infrastrutture l’1,8 per cento del pil, contro una media europea del 2,7. “A parole la politica è disponibile ad ascoltarci ma non si è tradotto nelle norme. Abbiamo bisogno di fatti, le aziende sono allo stremo e la crisi anche di quelle più grandi lo dimostra. Non è questo che serve in un paese nel quale c’è meno fiducia sia da parte di investitori esteri sia italiani”.

  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.