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Se il governo vuole svuotare Tim almeno risparmiamoci i piagnistei

Se il titolo affonda ancora non è per colpa dei capitalisti privati ma per l’intesa tafazzista tra Elliott e Cdp. Memento

5 Febbraio 2019 alle 11:50

Tim

Foto LaPresse

Alla presentazione de “L’Italia: molti capitali, pochi capitalisti” il libro scritto da Beniamino Piccone per Guido Roberto Vitale, svoltasi la settimana scorsa a Milano, sono risuonate le note accuse al nostro capitalismo: familistico, opportunista, incapace di grandi progetti, come dimostrato dal fatto di non avere costruito grandi imprese. Nessuno ha però indicato che le prossime settimane potrebbero segnare la fine di una delle poche che son rimaste: se Tim perderà il controllo della propria rete, rimarrebbe solo più un rivenditore di servizi con una rete di negozi, in Italia alla pari degli altri operatori, Wind-3, Vodafone e oggi anche Iliad. E questo sarà stato a opera della politica, alla fine di una battaglia durata vent’anni.

  

In un paese incline a vedere i vantaggi del sostegno pubblico più che quelli della concorrenza, propenso a credere nello stato (compreso il suo debito) piuttosto che nell’iniziativa privata, i volonterosi sostenitori dello statalismo hanno fatto della privatizzazione della Stet il loro bersaglio e della ri-pubblicizzazione della rete il loro cavallo battaglia. Il primo attacco fu portato dalla procura di Torino alla Telecom di Roberto Colaninno, per un presunto illecito nell’acquisto di Seat: un’accusa rivelatasi poi del tutto infondata, che però aveva fatto crollare il titolo, spaventato i bresciani, obbligato i parvenu a gettare la spugna. Entra l’aristocrazia del capitalismo, ma la storia è la stessa. Marco Tronchetti Provera si vede bocciare i piani di alleanze, prima con At&t, poi con Rupert Murdoch. In cambio gli viene proposto il piano Rovati, vendere la rete. Dopo gli anni persi mobilitando il grande capitalismo finanziario italiano a montar la guardia a Telefònica, entra Vivendi: brillante la gestione industriale e degli investimenti nella rete, discutibili (eufemismo) altre iniziative italiane. Nel 2015 Matteo Renzi cavalcando il ritardo nella copertura con banda larga, (ritardo presunto: i 20 Mbit/s li avevano già il 99 per cento, e per l’ultralarga, 80 Mbit/s, il mercato lo stava colmando dal 2012 tant’è che in tre anni è arrivato all’83) decide di mobilitare Enel e Cdp per costruire e finanziare una rete pubblica in fibra. La tenzone Ftth conto Fttc serve a fornire argomenti tecnici a favore di una decisione discutibile (idem).

  

Questo attira l’attenzione del fondo attivista Elliott: vi vede uno di quei casi in cui dalla separazione delle parti di un’azienda può risultare un profitto finanziario, l’occasione per uno “spezzatino”. Quelli che per anni hanno accarezzato il sogno di riportare in mani pubbliche la rete, ora che lo vedono prossimo a realizzarsi, spingono per dargli una mano. Con Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi e Carlo Calenda in Via Veneto, Cdp compera il 4,5 per cento del capitale di Tim, lo porta in assemblea a votare per Elliott che così batte Vivendi e nomina un nuovo cda. Il governo gialloverde, che ha lo statalismo su bandiere e gagliardetti, non si lascia scappare l’occasione: aumenta i poteri di Agcom di indurre alla separazione proprietaria, implicitamente sollecitando l’Autorità a farne buon uso. Siccome la proposta di Tim non prevede la rinuncia al controllo, la punisce con una delibera.

   

Elliott conosce il suo mestiere: il 56 per cento del suo investimento in Tim, pari a 1,2 miliardi di dollari, lo ha protetto, con dei derivati “collar”, per cui se il titolo perde valore in un anno (i derivati scadono tra febbraio e giugno 2019) dimezza la perdita, che invece gli altri azionisti subiscono per intero. Se poi il titolo, con la vendita della rete, dovesse rimbalzare, Elliott ricaverà un utile maggiore, dato che parte da un prezzo di carico che così ha ridotto.

     

“Come Elliott manipola a suo vantaggio il prezzo di Telecom Italia”, titola Wansquare, il giornale online specializzato in “décryptage”, a cui Tim ha risposto con un comunicato ufficiale in cui ribadisce l’indipendenza del consiglio di amministrazione dai suoi azionisti. Nel frattempo il titolo continua a perdere valore. L’impairment test sulla rete, che generalmente viene effettuata a fine dell’esercizio, è anticipata alla terza trimestrale, e porta a una svalutazione di €2 miliardi. Amos Genish, l’ad indicato da Vivendi, nel suo piano vedeva possibile la vendita di una quota della rete, senza perdita del controllo. Prima confermato dal nuovo consiglio espressione di Elliott e dei fondi, è poi sfiduciato il 13 novembre, e al suo posto è nominato Luigi Gubitosi. Il quinto ad in cinque anni, commentano gli analisti, e gli azionisti vendono. La conflittualità tra Genish che protesta perché non gli hanno lasciato fare il suo lavoro e gli amministratori nominati da Elliott che l’hanno revocato, verrà risolta solo con l’assemblea richiesta da Vivendi. Assemblea a cui Elliott ha già iniziato a prepararsi, incrementando la sua partecipazione al 9,4 per cento dei diritti di voto e rinegoziando il “collar”, riducendo così il prezzo di carico da 1,2 miliardi a 850 milioni (portando quindi il valore di carico per azione a circa €0,52, non lontano dei corsi attuali del titolo, che ieri ha chiuso a €0,49/0,50).

      


Per Tim il controllo sulla rete è patrimonialmente e operativamente essenziale per rimanere una grande azienda. Se così non dovesse essere sarà per opera dello stato e non del mercato. Alla fine lo svuotamento della compagnia sarebbe da imputare alla protervia di Elliott sostenuta da Cdp, mica ai capitalisti privati


 

I fondi attivisti fanno il loro mestiere; i “barbari alle porte” hanno smontato conglomerate americane inefficienti. Ma una cosa è consentire a un fondo attivista di fare operazioni finanziarie che la legge non vieta, altra è condividerle facendosene alleato: c’è coerenza con gli scopi istituzionali di Cdp? Il governo dovrebbe lasciare che sia il mercato a scegliere la tecnologia, e chi la gestisce: invece ha scelto Ftth e impegnato risorse di un’azienda quotata (Enel) e del risparmio postale (Cdp) per costituire OpenFiber, con risultati che, a quanto si sente dire, sarebbero alquanto lontani da raggiungere; sarebbe il massimo rimettere tutto insieme e assicurarsi il controllo: quia sum leo. Il nuovo ad, affermato che “sarebbe opportuno massimizzare l’efficacia degli investimenti” con questa seconda rete “in costruzione”, sul nodo fondamentale del controllo evita accuratamente parole interpretabili come un’indicazione. Ma è facile prevedere quale sia l’opinione della maggioranza dei consiglieri di cda: sono stati eletti coi voti di Cdp. Per questo è di decisiva importanza la prossima assemblea: la proxy fight è già cominciata, ed Elliott ha approfittato del ribasso dei corsi per incrementare la sua partecipazione.

Per Tim, il controllo sulla rete è patrimonialmente e operativamente essenziale per rimanere una grande azienda. Se così non dovesse essere, sarà stato ad opera dello stato, non del mercato. Che ci siano dunque almeno risparmiate le geremiadi.

Franco Debenedetti

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    05 Febbraio 2019 - 12:12

    Questi alti lai mi ricordano molto gli strilli di quando Terna venne separata da ENEL. Tim non è in grado di stare in piedi senza la rete fissa dorsale? Si riorganizzi. E' da quando è stata privatizzata che ha in pancia il passato monopolista che le impedisce di essere un competitor vero nelle telco: la presunta posizione di vantaggio proveniente non fa che attirare investitori che poi non hanno il coraggio di ristrutturare.

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