La storia di Zara è stata recentemente raccontata in un volume ben fatto (“
Zara - Come si confeziona il successo”) pubblicato in Italia dalla casa editrice Egea e scritto da un autore spagnolo di nome Enrique Badia. Il volume ci ricorda che Zara è nata diciassette anni dopo Stefanel, 1976 contro 1959, e ci spiega in che modo il capo dell’azienda, Amancio Ortega, è riuscito nel giro di pochi anni a diventare uno degli uomini più ricchi del mondo, superando Bill Gates nel 2017. Badia spiega che la forza di Zara (Zara in realtà è parte della famiglia di una società ancora più grande di nome Inditex il cui ultimo bilancio, del 31 gennaio 2018, presenta un fatturato pari a 25,34 miliardi con un ebitda che si attesta a 5,3 miliardi) è stata integrare produzione e negozi secondo uno schema incentrato sulla velocità di risposta alla domanda del mercato. Secondo l’autore il segreto del successo non è stato solo “mantenere un lasso temporale fra la decisione di produrre un capo e il momento in cui viene messo a disposizione del cliente in negozio che finora nessuno è riuscito a imitare, ovvero una media di due settimane per tutti i negozi presenti nei 68 paesi in cui si trova, con una media inferiore rispetto a quella dei suoi principali concorrenti che si muovono fra i quaranta giorni di H&M e gli oltre sessanta di Benetton”. Ma è stato anche legato al salto di qualità compiuto da Zara e da Inditex nel momento in cui l’azienda ha scelto di internazionalizzarsi e di delocalizzare la produzione. “La lista di fiaschi causati dal non aver saputo gestire o dirigere i processi di espansione è lunga – scrive Badia – anche se è ancor più lunga quella delle compagnie che hanno affrontato crisi durissime per aver fatto un salto di dimensioni. Ma la forza di Zara è stata portare avanti un cambiamento indotto da operazioni di acquisto e concentrazione, cioè mediante acquisizione di altre attività o fusione di società indipendenti”. A questo, aggiunge l’autore, va aggiunto il fatto che la vera svolta, per Zara, è stata quando l’azienda ha scelto di aprirsi al mondo. “La delocalizzazione era un’opzione che Zara non poteva non prendere in considerazione, viste le enormi limitazioni che le imponeva il suo modello di risposta rapida alle richieste dei consumatori. Mantenere il ciclo di consegne ai negozi in due o tre settimane richiedeva, a sua volta, di mantenere la produzione di prossimità. In definitiva, era un vantaggio competitivo più importante e decisivo del prezzo, dal momento che i concorrenti non riuscivano a eguagliarlo, anche se poteva saltarne fuori qualcuno – e di fatto ce n’erano – capace di produrre gli stessi vestiti a un costo inferiore”. Trasformare la concorrenza in un punto di forza, e non in un pericolo. Usare il mercato aperto per competere con il mondo e non temerlo per giustificare il proprio nanismo.