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L’economia circolare passa dai rotoloni Regina

Quando ridurre gli sprechi significa anche aumentare i guadagni. Il caso Sofidel

18 Novembre 2018 alle 06:00

L’economia circolare passa dai rotoloni Regina

Luigi Lazzareschi, ceo del gruppo Sofidel e Emi Stefani, il presidente, durante l'inaugurazione del nuovo impianto a Circleville, Ohio (foto Sofidel, Tutti i diritti riservati, via Flickr)

“Less is more”. Ovvero le grandi rivoluzioni possono partire dalle piccole cose. Anche dal minore consumo di “tissue”, cioè la carta per uso igienico e sanitario che rappresenta, pochi lo sanno, un non insignificante primato made in Italy. Questo grazie soprattutto a Sofidel, una multinazionale nata a Porcari, nel cuore della piana di Lucca, nel 1966 grazie al lavoro di due di quegli artigiani che, nell’Italia del “boom”, non conoscevano domeniche od orari di lavoro: Giuseppe Lazzareschi ed Emi Stefani, ancora oggi alla presidenza di un’impresa che resta orgogliosamente familiare, forte di una cultura ben radicata nel Dna che privilegia il reinvestimento degli utili in ricerca e nella crescita dell’azienda.

   

Oggi la guida operativa è nelle mani di Luigi, il figlio di Giuseppe, una lunga esperienza negli Stati Uniti prima di prendere le redini di quella che, nel tempo, è diventata una multinazionale, nota in Italia per i rotoloni Regina, ma ben presente con prodotti leader su tutti i mercati europei e in America dove si concentrerà la crescita futura, necessaria per prosperare in un mercato dai bassi margini e dalla forte concorrenza. Ma la competizione non ha impedito a Sofidel di mettere assieme un piccolo impero al secondo posto in Europa, al sesto posto nella classifica mondiale del settore, che dà lavoro a oltre 6 mila dipendenti distribuiti in 32 stabilimenti di tredici paesi. Un giro d’affari di 1.724 milioni di euro a fine 2017, grazie a una produzione di 1.098.000 tonnellate di “tissue”. Un mix fortunato anche perché il distretto toscano ha potuto contare sul genio di Fabio Perini, famoso le sue barche, ma a cui si devono alcune innovazioni industriali, spesso sperimentate con gli amici Stefani e Lazzareschi, che consentirono di raggiungere e talvolta superare le multinazionali più ricche di capitali.

  

In generale le grandi multinazionali si sono concentrate molto sulla riduzione dei costi cercando di ottenere maggiori profitti usando quasi esclusivamente quella leva. Tuttavia, la spinta verso prodotti sempre meno costosi ha portato a una maggiore privazione di liquidità nelle economie locali, che hanno meno occupazione ma anche meno potere d’acquisto, portando così a meno circolazione di denaro nelle comunità, e questo si traduce in una contrazione economica come si sta vivendo in numerose nazioni. Basti pensare che in questo modo tutti i nuovi posti di lavoro sono generati in soli dieci paesi in tutto il mondo e il 40 per cento della popolazione guadagna meno di 3 dollari al giorno. Un “modello”, quello tradizionale, che è insomma divenuto ormai controverso e che può essere superato solo da un management capace di comprendere le opportunità derivanti da un approccio alternativo.

  

Tornando ai primati di Sofidel, va aggiunto che non raccontano l’ultima sfida, la più impegnativa, che è appunto all’insegna della sostenibilità e dell’“economia circolare” da opporre al modello tradizionale dell’“economia lineare” caratterizzata, da una crescita che “si sta rilevando inadeguato in termini ambientali, sociali ed economici”. E’ a questa filosofia che Luigi Lazzareschi oppone la scelta di “fare di più con meno” grazie impianti efficienti sul piano tecnologico ed economico, capaci di funzionare a costi inferiori e a minore impatto ambientale. “Con il less is more – dice – intendiamo esprimere la nostra attenzione alla riduzione dei consumi e degli sprechi che si traduce nell’offerta di prodotti più performanti, ottimali anche sotto l’aspetto della sostenibilità”. La crescita intelligente, insomma, da opporre non solo allo spreco ma anche al mito della decrescita che ben di rado – praticamente mai – può essere felice. “Noi ci vogliamo impegnare al massimo – continua – per dare di più ai nostri stakeholders in termini di prodotti, valori e servizi con meno di consumi energetici e idrici, di utilizzo di materia prima, di gas climalteranti, di prezzo, di sprechi e di impatti negativi di qualunque genere”.

  

Insomma, come recita il decalogo Sofidel, “essere sostenibili conviene”. E i risultati si vedono. L’azienda, la prima manifattura italiana ad avere aderito al progetto Wwf Climate Savers ha ridotto le emissioni dirette di CO2 in atmosfera del 20,6 per cento per tonnellata di carta prodotta rispetto al 2009 impegnandosi a raggiungere l’obiettivo del 23 per cento nel 2020. Un risultato reso possibile dagli investimenti in efficienza energetica, dagli impianti di cogenerazione ed all’utilizzo di energie rinnovabili. Il risparmio complessivo equivale all’abbattimento delle emissioni di 10 mila Tir che percorrano 10 mila km all’anno per dieci anni. Forti risparmi anche nei consumo di acqua, sceso in media a 7,1 litri/chilogrammo contro una media nel settore di 15-25 l/kg. E così via. Secondo la ricetta di casa messa a punto nel 1992 con i Rotoloni che, a parità di volumi, contenevano due volte e mezzo la carta dei prodotti concorrenti, consentendo così di ridurre il costo dell’imballaggio e dei trasporti e, di riflesso le emissioni di CO2 e l’inquinamento.

  

Insomma, “l’industria cerca normalmente di fare consumare di più. Noi vorremmo invertire questa logica: prodotti più performanti ma per produrre di meno eliminando ciò che è inutile”. E’ dunque in corso una piccola rivoluzione copernicana a pochi chilometri dalla terra di Galileo Galiei.

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