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Alitalia e lo stato accentratore

Perché non è rassicurante il disegno di usare le partecipate come governo vuole 

12 Ottobre 2018 alle 20:26

Alitalia  e lo stato accentratore

Foto LaPresse

Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha ragione a sentirsi scavalcato nelle sue prerogative quando il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, avanza l’ingresso di Fs in una newco partecipata al 15 per cento dal Mef per salvare Alitalia. “Io penso – ha detto a margine dei lavori del Fondo monetario a Bali – che delle cose che fa il Tesoro debba parlare il ministro dell’Economia. Io non ne ho parlato”.

  

E’ tuttavia altrettanto comprensibile che lo stesso senso di impotenza di fronte a un disegno accentratore del governo gialloverde a opera dei dioscuri Di Maio e Matteo Salvini sia presto condiviso dalle società partecipate dallo stato e dai loro azionisti. Come emerso dall’incontro tra il premier Giuseppe Conte e i capi delle partecipate di stato e della galassia di Cassa depositi e prestiti nella strategia di rilancio degli investimenti pubblici, così descritta nella NaDef, c’è l’idea di dispiegare “azioni ad ampio raggio” per rimodulare la spesa pubblica a favore della “spesa in conto capitale”, tra cui c’è in primis “una rivisitazione del quadro normativo volta a promuovere una capacità di leadership nella promozione, pianificazione e gestione degli investimenti da parte della Pa”.

  

Per ragioni di forma, e si spera sostanza, si salvaguarda l’autonomia delle partecipate, ma il termine “gestione” è ambiguo: significa che la pubblica amministrazione avrà la prima e l’ultima parola sulla destinazione degli investimenti delle società? Cosa ne pensano gli azionisti di mercato? E’ discutibile in principio l’atteggiamento accentratore, ma ancora più grave sarebbe se per “gestire” si intende usare le partecipate per fare investimenti fuori dal bilancio pubblico.

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