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Perché l’Italexit vista da Berlino non sarebbe un trauma. Parla Gros

"Senza l'Italia una maggiore compattezza per completare la riforma dell'Ue", spiega il direttore del think tank Ceps

9 Ottobre 2018 alle 06:00

Perché l’Italexit vista da Berlino non sarebbe un trauma. Parla Gros

Daniel Gros, direttore del think tank europeo Ceps e senior fellow della Luiss (Foto LaPresse)

Roma. Circola non solo nel governo gialloverde, ma anche in parte dell’opinione pubblica, l’idea che l’Italia sia troppo grande e troppo importante perché la si possa far uscire dall’euro senza colpo ferire. La Italexit, si pensa, sarebbe uno shock letale per l’intera Eurozona e Bruxelles sostenuta da Berlino e Parigi farebbe di tutto per trattenere il paese nel club. E’ questa la convinzione che spinge Salvini e Di Maio ad alzare giorno dopo giorno l’asticella dello scontro con la Commissione sulla #ManovraDelPopolo e su qualunque tema sia spunto di polemica.

 

Secondo molti si tratta di un vero e proprio azzardo. Perché dell’Italia oggi si può fare a meno. Il malato non è contagioso, è solo da isolare. D’altra parte, se si può fare a meno del Regno Unito, perché non si può rinunciare all’Italia? Il primo a sottolineare i segni dell’inesistenza di un contagio italiano è stato il presidente della Bce, Mario Draghi, quando due settimane fa parlando dell’aumento dello spread Btp-Bund ha sottolineato come “questo non stia avendo ripercussioni sugli analoghi differenziali di Spagna e Portogallo”.

 

Che il contagio non esista o sia gestibile lo pensano studiosi come Olivier Blanchard, ex economista capo del Fmi, Jeromin Zettelmeyer del Peterson Institute americano e Daniel Gros, direttore del think tank europeo Ceps e senior fellow della Luiss. “Una eventuale uscita dell’Italia dall’euro – dice Gros – avrebbe un impatto significativo sull’Europa, che forse andrebbe temporaneamente in recessione, ma non insostenibile”. Gros spiega che “la situazione attuale è molto diversa da quella del 2011. Allora si temeva una reazione a catena che avrebbe potuto condurre a una rottura dell’euro. Oggi il problema riguarda solo l’Italia. Spagna e Portogallo hanno conti in ordine e spread in discesa grazie alle politiche prudenti seguite. In Francia, è vero, Macron, è più debole rispetto a un anno fa, ma le elezioni e la sconfitta di Marine Le Pen hanno dimostrato che i francesi nonostante tutto non vogliono uscire dall’Unione. La Grecia dopo il disastroso tentativo di Grexit nel 2015 oggi è fuori dal programma di austerità ed è tornata sul mercato”.

 

Vi è poi una serie di altri fattori strettamente economici che rende il contesto diverso: “Rispetto al 2011 le banche europee hanno alleggerito la loro esposizione verso gli istituti italiani riducendo il volume dei crediti e accorciandone la scadenza. L’economia dell’Eurozona continua a crescere e mostra nel suo complesso un avanzo con l’estero, i deficit pubblici sono scesi e lo spettro della deflazione è scomparso. Tutto ciò porta a concludere che non abbiamo di fronte una crisi dell’euro, ma dell’Italia, causata dalla caduta della fiducia dei mercati dopo le elezioni e l’insediamento del nuovo governo”.

 

Da un certo punto di vista l’Italexit potrebbe addirittura essere vista con favore da qualche paese, a cominciare dai membri del Gruppo di Visegrad che ritengono di avere fatto enormi sacrifici per entrare nella moneta unica e non intendono spendere un centesimo per salvare un alleato-cicala. “L’uscita dell’Italia – dice Gros – potrebbe presentare perfino dei vantaggi dal punto di vista di Parigi e Berlino, per esempio quello di una maggiore compattezza ed omogeneità dei rimanenti membri dell’Eurozona che a quel punto potrebbero andare avanti più agevolmente con il programma di riforma dell’Euro. Non si può completare l’Unione bancaria o rafforzare il bilancio Ue con un paese che non si sa se vuole uscire dalla moneta unica”.

 

Se il governo scommette sull’Italexit in altre parole deve sapere che saranno in pochi a strapparsi i capelli in caso di un’uscita. E deve sapere anche che l’approccio dei partner nel futuro negoziato che si dovrà tenere per regolare i rapporti reciproci, ivi incluso il rimborso dei debiti derivanti da Target II, non sarà quello della flessibilità o della captatio benevolentiae bensì, dice Gros, “quello ultra rigido usato con il Regno Unito sulla Brexit”. Che l’Italia possa abbandonare l’euro, d’altra parte, è cosa che i mercati si aspettano da tempo.

 

Gros osserva che le caute ma non risolutive politiche seguite dagli esecutivi precedenti l’attuale “avevano ridotto il differenziale sui tassi a breve italiani, ma molto meno quello sui tassi a lungo e ciò ci segnala che anche in passato gli investitori non hanno cessato di temere una possibile uscita a causa della insostenibilità del debito pubblico”. Fenomeni che oggi appaiono addirittura esasperati se si guarda l’andamento dei Cds (Credit default swap) sul debito italiano, lo strumento con cui gli investitori si proteggono dal rischio di non essere rimborsati. Dal 4 marzo infatti il loro valore è balzato al record di 256,8 dollari, con un aumento di quasi 150 punti in poco più di sei mesi.

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    09 Ottobre 2018 - 16:04

    Bah, il paragone con la Gran Bretagna è improprio, loro sono usciti dall'U€ senza per loro fortuna aver mai adottato l'euro, noi invece se uscissimo dall'euro non necessariamente dovremmo uscire dall'U€. Se pensiamo a paesi come Svezia e Danimarca, Bulgaria, Romania e a tutto il gruppo di Visegrad (a parte la Slovacchia) che non hanno adottato la moneta unica (non si capisce quindi perché si parli di "enormi sacrifici" per entrarvi), non saremmo certo isolati nella eventuale nuova situazione. Certo che se poi nell'eventualità che succeda il famoso "cigno nero" il trattamento dovesse essere come quello riservato alla Gran Bretagna, questo potrebbe essere un formidabile deterrente ad aderire alla moneta unica per i paesi senza euro. A meno che non sia proprio la Germania a volerne uscire, come alcuni vociferano.

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