Luigi Di Maio (foto LaPresse)

Il reddito per la spesa tricolore by Di Maio paga i poveri per restare tali

Carlo Stagnaro

Allestito il “ghetto” dei diseredati con la card di sussistenza

Roma. Luigi Di Maio costruirà un muro al confine con la povertà e lo pagheranno i poveri. Il reddito di cittadinanza è uno dei pilastri della legge di Bilancio 2019, ma i suoi contorni sono ancora vaghi. La Nota di aggiornamento al Def ci informa che esso ha un duplice scopo: “Sostenere il reddito di chi si trova al di sotto della soglia di povertà relativa” e “fornire un incentivo a rientrare nel mercato del lavoro, attraverso la previsione di un percorso formativo vincolante, e dell’obbligo di accettare almeno una delle prime tre proposte di lavoro eque e non lontane dal luogo di residenza del lavoratore”. Dalle parole del ministro dello Sviluppo economico scopriamo invece che “sarà erogato su una carta e questo permetterà la tracciabilità ed eviterà l’evasione o spese immorali”, poi precisa su circuito bancomat.

 

Dalle indicazioni precedenti, sempre confuse, le risorse messe a disposizione dovranno essere spese presso esercizi italiani e andranno consumate entro il mese. Al di là della fattibilità tecnica di questi vincoli e della loro desiderabilità sociale, il disegno che emerge si espone a una critica soprattutto politica, legata sia ai suoi presupposti, sia ai suoi effetti. Il punto di partenza è che “i poveri” siano un gruppo sociale chiaramente identificabile e stabile nel tempo, non solo numericamente, ma anche nell’identità dei suoi componenti. Non c’è, in pratica, la percezione dell’economia come un magma in movimento, dove le persone possono temporaneamente trovarsi in situazioni difficili, ma possono anche avere e sfruttare delle opportunità per uscirne.

 

Intendiamoci: c’è un grano di verità, nel senso che l’Italia – come ha mostrato una recente indagine Ocse – è uno dei paesi con la minore mobilità sociale. Ma proprio per questo, la risposta dovrebbe essere nel rendere la società più fluida, non pagare i poveri per rimanere tali (la battuta è dichiaratamente rubata da una geniale vignetta di Vauro, che a sua volta ha saccheggiato Milton Friedman senza saperlo). Uno strumento fondato su una lettura sghemba del problema che intende affrontare non può generare che conseguenze perverse. La più grave consiste nell’enorme disincentivo al lavoro. Perché mai un individuo razionale dovrebbe accettare un impiego, per un reddito simile o anche di poco superiore ai fatidici 780 euro, se può comunque percepire tale somma senza faticare? O, magari, integrando il reddito di cittadinanza facendo lavoretti in nero?

     

L’esperienza con la cassa integrazione, nei periodi in cui se ne faceva un utilizzo troppo disinvolto, suggerisce esattamente che questo è il punto di caduta. Lo stesso messaggio arriva dalla sperimentazione condotta nel 2017 con l’assegno di ricollocazione, che pochissimi lavoratori hanno accettato per timore di perdere la Naspi. Scoraggiare la partecipazione al mercato del lavoro sarebbe gravissimo, in un paese che già sotto tale profilo è in sofferenza: la percentuale di popolazione attiva (70,1 per cento) è nettamente inferiore alla media europea (78 per cento). La distanza è ancora più forte se si considerano le donne (59,8 per cento contro 72 per cento) e gli under-25 (26,2 per cento contro 41,7 per cento), senza peraltro che questo dipende da una maggiore frequenza degli studi superiori.

  

Non regge l’obiezione sulla condizionalità e l’obbligo delle tre proposte: i vincoli diversi dai limiti temporali non funzionano in nessun paese europeo, e non si capisce come potrebbero farlo in Italia dove la rete dei centri per l’impiego non è palesemente in grado di garantirne l’enforcement.

   

La venatura moralistica ricamata da Di Maio è la proverbiale ciliegina sulla torta: da un lato non se ne capisce il senso, dall’altro è anch’essa sostanzialmente inapplicabile (il denaro è fungibile!), dall’altro ancora – come ha twittato Fausto Panunzi – “ti do 780 euro perché sei povero, ma non puoi risparmiare così resti povero”. Il reddito di cittadinanza appare insomma come un rudimentale strumento che punta a due obiettivi (contrastare povertà e disoccupazione) ma finirà per alimentare esclusione sociale e ghettizzazione dei poveri.