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La Brexit non spiace ai londinesi che hanno case più “cheap”

London Intelligence dice che per la classe media di Londra la minore domanda di stranieri ha ridotto i prezzi delle abitazioni

23 Agosto 2018 alle 09:39

La Brexit non spiace ai londinesi che hanno case più “cheap”

L’affermazione della Brexit si è tradotta in una prima boccata d’ossigeno per i redditi medi (foto LaPresse)

Milano. Contrordine. L’economia di Londra non soffre il mal di Brexit. Anzi, titola il Financial Times, “la capitale si è largamente scrollata di dosso gli effetti” dello strappo con l’Unione europea. E’ il risultato dell’ultimo report “The London Intelligence”, l’analisi periodica curata dal think tank omonimo, che da più di un anno esamina le prospettive della città, colosso economico con un giro d’affari di 408 miliardi di sterline (dati 2016) in buona parte collegato alle fortune della City, finora la capitale finanziaria dell’Unione europea. Non fosse che per questa ragione era lecito sospettare il peggio, visto anche il pressing di Parigi e di Francoforte per assicurarsi le spoglie del miglio dorato sulle rive del Tamigi.

 

Ma i numeri raccontano un’altra storia: secondo il Centre for London, tutti gli indicatori (occupazione, prezzi, produzione, commesse) segnalano che l’economia della capitale cresce ad un tasso superiore al resto del paese nonostante il flusso in uscita degli immigrati e l’esodo dei londinesi alla ricerca di case meno costose. L’occupazione, in particolare, è salita a un livello record, forte di 5,9 milioni di lavoratori (con un incremento del 2 per cento circa, al livelli più alto di sempre), il valore degli immobili a uso commerciale continua a salire così come la fiducia degli operatori, ben superiore al resto del Regno Unito. La disoccupazione, intanto, continua a scendere: 255 mila unità, pari al 5,1 per cento della popolazione tra i 16 e i 64 anni. Non ci sono, per la verità, solo buone notizie: i nuovi assunti si devono accontentare di stipendi in media più bassi del 7 per cento rispetto alla crisi del 2009. Certo, 300 mila persone vorrebbero un lavoro a tempo pieno ma devono accontentarsi di un part-time. Altri 100 mila dipendono dall’offerta delle agenzie di lavoro temporaneo. E cresce anche il numero dei dipendenti scivolati sotto la soglia della povertà, visti i costi delle case. Dati che spiegano le proteste con cui è stata accolta la notizia della festa privata che il prossimo 15 settembre riunirà a The Conduit, un club della City, i reduci di Lehman Brothers per festeggiare, dieci anni dopo il crac “i fratelli e le sorelle” della banca simbolo della recessione. Ma la crisi dell’economia di Londra, così come non sarebbe dispiaciuta a molti brexiters, critici verso le fortune della capitale global per eccellenza, multietnica e anti sovranista, non c’è stata. Semmai, dal punto di vista dell’abitazione – che resta il primo problema dei londonesi – l’affermazione della Brexit si è tradotta in una prima boccata d’ossigeno per i redditi medi: la minore domanda da parte di stranieri ha ridotto la pressione sui prezzi delle proprietà e degli affitti a tutto vantaggio della gente comune come dimostra anche il minor ricorso al programma governativo “Help to Buy” per l’acquisto di un’abitazione.

 

Altri segnali sono confortanti: gli indici Pmi, che segnalano l’andamento dell’economia, registrano negli ultimi mesi una crescita sia dei servizi sia delle costruzioni. Anche questo, assieme alla buona performance della finanza pubblica (l’indebitamento è sceso al minimi dal 2002) e alla congiuntura che ha reso possibile un primo aumento dei tassi in anticipo sulla banca centrale americana, spiega l’atteggiamento del governo sulla ripresa dei negoziati con Bruxelles. Il nuovo rappresentante di Londra. Dominic Raab, s’è mostrato più aperto di David Davis, dimissionario in segno di protesta per le aperture di Theresa May a Bruxelles, ma ha tenuto a precisare che “mai e poi mai il Regno Unito tornerà indietro dalle sue decisioni”. Si vedrà. Nel frattempo la capitale si conferma una straordinaria calamita di energie e di investimenti. “Gli investimenti nella City – si legge ancora nel report –registrano una forte crescita, specie dal sud est asiatico. Ma la domanda è cambiata: si cercano spazi più piccoli e più flessibili”. Le grande banche vanno via ma Londra resta la porta d’accesso del business da oriente.

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