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Un dignitoso disastro

Il primo decreto lavoro-imprese del governo gialloverde promette di mettere l’Italia fuori mercato. Meno investimenti e imprese ingessate. Girotondo tra esperti e imprenditori

4 Luglio 2018 alle 12:26

Un dignitoso disastro

Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Giancarlo Giorgetti (foto LaPresse)

Chiamatelo “decreto rigidità”

di Carlo Stagnaro (Istituto Bruno Leoni)

Lo hanno chiamato “decreto dignità ma, per essere più precisi, avrebbero dovuto chiamarlo “decreto rigidità”. Il provvedimento varato lunedì dal Consiglio dei ministri, infatti, nasce da un’interpretazione ingenua dei problemi strutturali italiani, e offre più mali che cure. L’idea di fondo è che le imprese godano di troppa libertà e possano pertanto abusarne: quando invece la patologia italiana è, all’opposto, la bassa produttività.

 

Il decreto interviene su tre fronti. Per quanto riguarda la disciplina del lavoro, aumenta le indennità di licenziamento per i contratti tempo indeterminato, e opera un giro di vite su quelli a tempo determinato. Il probabile risultato sarà che una parte dei lavoratori che sarebbero stati assunti in modo stabile dovranno accontentarsi di un rapporto a termine, e una parte di quelli a termine finiranno in nero. Rendere i rapporti più onerosi e spaventare le imprese con sortite come quella sui rider (poi rientrata) non otterrà altro risultato che metterle sul chi vive e spingerle all’estrema cautela, proprio quando bisognerebbe invece frustare il cavallo dell’economia.

 

C’è poi un pacchetto di misure definito “anti delocalizzazioni”, che sarebbe più appropriato definire “anti localizzazioni”: l’erogazione di incentivi viene subordinata a tali e tanti vincoli che molte imprese, pur di non rimanere impiccate alle proprie scelte di investimento, eviteranno di approfittarne. Questo danneggerà soprattutto il sud. Ma, venendo meno gli strumenti di “investment attraction”, il risultato netto sarà quello di rendere il nostro paese meno appetibile. Viene quasi da chiedersi se non sia un’operazione geniale per disboscare finalmente la giungla di agevolazioni e spese fiscali: se così fosse, il governo farebbe meglio a seguire la via dritta e utilizzare i conseguenti risparmi per continuare a tagliare le aliquote Ires.

 

Infine, il decreto vieta la pubblicità al gioco d’azzardo legale, con l’eccezione delle iniziative pubbliche. Il paradosso è che vengono parimenti tutelati il gioco illegale e quello di stato. Questo decreto tradisce il rigetto della libertà dell’individuo, nel nome di una visione iper-semplificatoria dove esistono solo lo stato e l’economia criminale, senza che vi sia spazio per le interazioni di mercato. In questo mondo, a prosperare saranno solo gli avvocati, visto che ogni comma darà luogo a un enorme contenzioso. Altro che dignità: qualunque cittadino o impresa perbene dovrebbe alzarsi e dire “se queste sono le regole del gioco, non sum dignus”.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    04 Luglio 2018 - 18:06

    Il fatto è, però, che un sacco di gente sta plaudendo al provvedimento "anti-precariato", non comprendendone la pericolosità. Gli italiani si rivelano sempre più un popolo di ignoranti in "economia e commercio", tranne poi lamentarsi e inveire a babbo morto. Colpa di una pessima scuola che non educa a ragionare ma solo ad aspirare ad una promozione priva di vero valore e di genitori (cui io invero toglierei la patria potestà) che malmenano i professori che non hanno promosso i loro ignoranti e futuri precari, pargoli.

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