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O la Borsa o il sovranismo

Puoi tifare per Trump e Visegrád, ma poi i mercati votano e colpiscono alle tasche

26 Giugno 2018 alle 06:16

O la Borsa o il sovranismo

Donald Trump (foto LaPresse)

Sottoposti a critiche, anche pungenti, messi alla berlina dagli editoriali, irrisi nella convegnistica varia, i governi non cadono, i ministri non cambiano linea, i presidenti puntano tranquillamente alla rielezione. Sì, c’è qualcuno che la prende più sul personale, come faceva Giulio Tremonti, ma poi, insomma, si va avanti. E soprattutto vanno avanti gli elettori, ponderano pensioni future e non ne vedono il contraltare fiscale, gradiscono redditi senza lavoro e tralasciano di censurare l’inazione pubblica, il fermo agli investimenti produttivi. Per sentire davvero la sveglia che suona, prima della reazione politica (impantanata nelle procedure), bisogna ascoltare la campanella di Wall Street. Dove oggi è suonato l’allarme, mentre già in Europa i vari indici erano tutti intorno a ribassi del 2 per cento. Origine dell’apprensione borsistica mondiale è la insensata competizione fatta di dazi, e (peggio) di annunci di dazi, da parte di Donald Trump. Il commercio cresciuto con la globalizzazione soffrirebbe e con esso le Borse. Diciamo soffrirebbe perché siamo ancora agli annunci o al massimo ai primi passi, ma i mercati finanziari hanno il pregio della velocità di risposta. Menano prima e quindi, secondo l’adagio da strada, menano due volte. E Lady Spread fa e disfa governanti come appunto faceva la sua ispiratrice Lady Macbeth con i re: da queste parti del mondo ce ne siamo accorti. E’ alla sua crudeltà che si affidano le speranze di chi vuole contrastare l’internazionale sovranista. Un crollo a Wall Street fa più male di una parolaccia di Emmanuel Macron, mobilita gli elettori americani più di un dibattito perso in tv. E sanziona subito la scemata, come invece non succede a chi, per capirci, punta sugli alleati sbagliati in Europa per ottenere chissà che risultati sui dossier populisti. Puoi anche fare il quinto di Visegrád o l’amico di qualche libico non proprio di gran potere, al massimo ti prenderanno in giro e ti troverai scoperto e debole, ma i veri guai arriveranno molto dopo (e potrai sempre incolpare qualcun altro). Spread e Borse, invece, votano tutti i giorni e più volte al giorno. Messo sotto attacco, Trump avrebbe finito di giocare. Il conto arriva dritto ai risparmio degli elettori americani, alle loro pensioni e alla loro sanità. E qualcosa, tranquilli, succede anche da questa parte dell’Atlantico.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    26 Giugno 2018 - 14:02

    La contesa commerciale avviata da Trump farà sentire presto i suoi effetti anche in Usa, sia per le difficoltà di mercato delle imprese, gravate da costi crescenti e dal possibile rafforzamento del dollaro, spinto dai cinesi (e dagli europei). Attenzione perché l'economia Usa mostra buoni dati, che meritano tuttavia qualche riflessione; il tasso di disoccupazione è al 3,8%, ma quello di partecipazione è fermo al 62,7%, molto lontano dai momenti migliori, le medie orarie di lavoro sono ridotte e sul modesto livello delle retribuzioni è retorico soffermarsi. Occorre aggiungere che sia il sistema pubblico, sia le imprese, sia soprattutto i cittadini (per casa, auto, studi, carte di credito) sono seduti su una massa di debiti, ancora più preoccupanti con la recente eliminazione di norme bancarie. Insomma la recessione che arriverà sarà più grave del decennio scorso e per evitarla sarebbe più utile evitare guerre per dazi che danneggiano tutti (come negli anni trenta).

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