Qe, la pacchia è (quasi) finita

Redazione

Ora c’è una data: il Quantitative easing, l’acquisto di bond della Bce, si concluderà il 31 dicembre, con 15 miliardi al mese negli ultimi tre mesi del 2018 e 30 fino a settembre, come previsto. Scompare la formula “e anche oltre se necessario” (benché sia confermato il reinvestimento dopo dicembre delle cedole dei titoli); ma il Qe rimarrà tra gli strumenti utilizzabili in caso di crisi future. I tassi restano invece fermi a zero “almeno fino all’estate 2019”, a discrezione del board dell’Eurotower che terrà d’occhio la ripresa e l’inflazione nell’eurozona, fronti dai quali vengono segnali non omogenei. Dare indicazioni certe era ormai obbligatorio per Mario Draghi, dopo che mercoledì la Federal Reserve ha accelerato la stretta monetaria, con un nuovo rialzo di tassi dello 0,25 per cento (dunque tra l’1,75 e il 2 per cento), e altri due annunciati nel 2018. Quindi quattro aumenti quest’anno contro tre previsti, e i T-bond americani che a dicembre potrebbero rendere 3,25 punti in più rispetto agli interessi base europei; differenza che ha provocato il rialzo del dollaro sull’euro. La certezza era richiesta anche dai mercati che hanno reagito nel complesso bene. Lo spread italiano è sceso a 235 punti, mentre piazza Affari è salita di mezzo punto. Draghi ha anche ripetuto che l’euro è irreversibile e che “è inutile parlare di qualcosa che non accade”; le discussioni ci sono in Italia, ma anche di segno opposto in Germania. Poche ore prima Luigi Di Maio aveva detto: “Non per offendere Draghi, ma il fulcro delle decisioni va spostato al Parlamento europeo”. Speriamo non pensi ad un parlamento (non solo europeo) che faccia da banca centrale.

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