Foto LaPresse

La pericolosa retorica della pensione

Redazione

Quel filo pericoloso che lega il disastro del 2011 con i veri rischi del 2018

Gran parte della campagna elettorale è stata dominata dalla retorica della pensione: i lavoratori andranno in pensione prima (abolizione della riforma Fornero), le donne ancora prima (opzione donna), chi ha un assegno basso avrà una pensione più alta (pensione di cittadinanza), i giovani disoccupati prenderanno il posto di lavoro di chi va in pensione (staffetta generazionale), e via di seguito. Ce n’è per tutti. E’ già tragico che un paese che ha da decenni problemi di crescita e produttività e con la spesa pensionistica tra le più alte del mondo metta al centro delle scelte strategiche per il proprio futuro proprio le pensioni. Ma è ancora più drammatico che, dopo la campagna elettorale, Lega e M5s usino ancora la retorica della pensione mentre il paese è immerso nella crisi politico-istituzionale (che può diventare finanziaria) più grave degli ultimi decenni. Luigi Di Maio, mentre in questi giorni ha occupato tutti i salotti televisivi, pomeridiani, serali e notturni, ha addirittura attribuito il fallimento del “governo del cambiamento” all’intervento della potentissima lobby dei “pensionati d’oro”: “Non avevamo messo tra i ministri gente che non rispecchiasse il nostro programma, doveva attenersi al nostro programma... però quando metti il taglio delle pensioni d’oro anche di qualche alto funzionario del paese ...”. Ecco che scatta il complotto dei pensionati dorati. Nel suo appello alla mobilitazione popolare contro il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, Di Maio dice: “Se fosse nato un governo politico, ora non ci sarebbero problemi. E invece hanno deciso di andare alla rottura solo per impedire che mettessimo mano alle pensioni d’oro”. Il capo dello Stato quindi, secondo il capo politico del M5s, non era preoccupato della permanenza dell’Italia nell’euro e dei risparmi degli italiani, ma della sua pensione e di quella dei suoi funzionari ed ex colleghi. Se fosse così, allora davvero Mattarella meriterebbe l’impeachment, la messa in stato d’accusa “per alto tradimento e per attentato alla Costituzione”. Ma è così? Davvero la potentissima “lobby dei pensionati d’oro” sarebbe stata penalizzata dal “contratto per il governo del cambiamento” di Lega e M5s? Ma quando mai. Anzi, i ricchi pensionati avrebbero tratto un grande giovamento dal governo pentastellato.

 

E’ vero che nel contratto è previsto un “taglio delle pensioni d’oro (superiori ai 5.000,00 euro netti mensili) non giustificate dai contributi versati”, ma questo taglio sarebbe più che compensato dalla flat tax. E’ vero che con il primo provvedimento, che comporta un taglio dell’assegno pensionistico per la parte eccedente i 5 mila euro non coperta da contributi, subirebbero un taglio tra i 250 e i 350 euro al mese. Ma si rifarebbero alla grande con la riforma fiscale, quel mostriciattolo di flat-tax-a-due-aliquote (un unicum mondiale), una al 15 e una al 20 per cento oltre gli 80 mila euro, che avrebbe garantito ai pensionati d’oro un benficio fiscale tra i 1.800 e i 2.300 euro al mese. Il combinato disposto per i “pensionati d’oro” avrebbe significato una pensione fino al 30 per cento più generosa. E d’altronde ci sarà un motivo se il taglio delle pensioni d’oro vale 100 milioni e la flat tax 50 miliardi? Se poi il pensionando d’oro andrà in pensione prima grazie all’abolizione della legge Fornero (che i giallo-verdi dicono costi 5 miliardi e invece ne costa 20), allora la lobby non può che essere soddisfatta.

 

Però ci sarebbe bisogno di qualcuno che nel contraddittorio televisivo (c’è?) lo faccia notare. Allo stesso modo, quando Matteo Salvini descrive Carlo Cottarelli quasi come un indegno perché è un “pensionato a 18 mila euro al mese”, qualcuno dovrebbe ricordargli che a Cottarelli la pensione gliela paga il Fondo monetario internazionale, a differenza di quella (o quelle), meritata, dello stimato prof. Paolo Savona. Così, archiviata la falsa e ipocrita retorica della pensione, si può tornare a parlare di crescita e produttività. Ovvero del futuro dell’Italia. Nel 2011, la credibilità del nostro paese andò a pezzi anche perché il centrodestra, a causa della Lega, si rifiutò di fare una legge sulle pensioni. Nel 2018, la credibilità del nostro paese è ancora appesa allo stesso problema. Sarebbe bene che chi c’è già passato la smettesse di scherzare con il fuoco.

Di più su questi argomenti: