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Coldiretti liberoscambista

Il miracolo dei dazi di Trump: hanno convertito i protezionisti agroalimentari

5 Aprile 2018 alle 20:44

coldiretti

Meeting della Coldiretti a Catania (foto LaPresse)

In Italia c’è già chi se la ride per la guerra commerciale tra gli Stati Uniti di Donald Trump e la Cina di Xi Jinping. E’ la Coldiretti che da giorni strombetta i successi della penetrazione nel mercato asiatico: “Vola l’export italiano agroalimentare in Cina che nel 2017 segna un più 15 per cento e supera i 448 milioni di euro in valore”. E ancora: “Il vino italiano potrebbe avvantaggiarsi della guerra commerciale tra Usa e Cina – scrive l’associazione – dopo che le esportazioni nel gigante asiatico hanno raggiunto il massimo storico di oltre 130 milioni di euro, grazie all’aumento del 29 per cento del 2017”.

 

Secondo l’associazione di categoria, ora che Pechino ha risposto ai dazi yankee sull’acciaio con i controdazi su 128 beni tra cui carne di maiale, vino e frutta, l’Italia potrebbe approfittarne e conquistare nuove fette di mercato in un paese in continua crescita come la Cina. E’ una doppia buona notizia, economica perché segnala i progressi di alcuni comparti della nostra economia e culturale perché finalmente fa comprendere a un’organizzazione storicamente protezionista – che con le sue idee ha spesso tenuto in ostaggio il ministero delle Politiche agricole – quanto siano dannosi i dazi. Cosa suggerirebbe il comunicato della Coldiretti sui dazi? Punto primo, che se metti i dazi come Trump gli altri non stanno a guardare, ma devi attenderti una rappresaglia. Punto secondo, che anche se metti i dazi come la Cina non è detto che avvantaggi l’industria domestica (se sostituisci le importazioni di un paese con un altro; se metti i dazi sull’olio tunisino importerai quello spagnolo). Ma questa è esattamente la linea politica, doppiamente sbagliata, portata da sempre avanti dalla Coldiretti con richieste continue di dazi e barriere su decine di prodotti “concorrenti”.

 

La Coldiretti è stata, insieme ai partiti sovranisti e protezionisti, in testa all’opposizione dei trattati internazionali liberoscambisti come il Ttip con gli Stati Uniti oppure il Ceta con il Canada, che hanno lo scopo di standardizzare le regole, abbattere i dazi e le barriere non tariffarie e aprire i mercati internazionali. Ad esempio il Ceta, dopo decenni di dispute, arriva al riconoscimento di 41 certificazioni Dop/Igp italiane prima non tutelate, che valgono oltre il 90 per cento dell’export agroalimentare. Non a caso tutti i produttori di eccellenze alimentari quali Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma e San Daniele, Gorgonzola, Aceto Balsamico di Modena sono favorevoli al Ceta. La Coldiretti invece si è sempre opposta in nome dei prodotti tipici, ovvero in nome di chi era d’accordo. Sarebbe logico che chi adesso vede gli effetti negativi dei dazi e critica le politiche di Trump, tragga la logica considerazione di essere stato a lungo e pervicacemente dalla parte del torto.

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Commenti all'articolo

  • Skybolt

    06 Aprile 2018 - 12:12

    Coldiretti non è nè protezionista nè liberoscambista. E' una lobby che fa i suoi interessi, che a volte consistono nel bloccare le importazioni e a volte nel promuovere le esportazioni. Si chiama mercantilismo (un po' d'accatto), da perseguire con ogni mezzo. Comprese le fake sul glisofate e sull'utilizzo dell'ingegneria genetica in agricoltura (quando non fa comodo, quindi per bloccare le importazioni di certe derrate, ma avanti tutta con i mangimi a base di soja transgenenica). Inviterei a non dare patenti ideologiche a questioni che sono solo di bottega.

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