cerca

Appunti dai dati Istat per un governo “pazzo”

La disoccupazione calante è un buon segno ma la ricreazione sta finendo

4 Aprile 2018 alle 20:57

Appunti dai dati Istat per un governo “pazzo”

La raffica di dati pubblicati oggi dall’Istat contiene alcune luci, ma anche diverse ombre. Può apparire routine, ma non lo è se si tiene conto che l’andamento futuro di ciò che non va è nelle mani dei vincitori delle elezioni del 4 marzo. Partiamo dalle luci. A febbraio la disoccupazione è scesa al 10,9 per cento, due decimali in un mese, e soprattutto registra “un significativo aumento dei dipendenti a tempo indeterminato, più 54 mila”, dopo dieci mesi di calo. Potrebbe essere il primo effetto della stabilizzazione degli sgravi contributivi per le assunzioni degli under 35, mentre la disoccupazione nella fascia di età 15-24 anni aumenta di tre decimali al 32,8 per cento. Il Jobs Act va dunque migliorato, non smantellato.

  

Ancora l’Istat certifica che il reddito disponibile delle famiglie nel 2017 è salito dell’1,7 per cento, rialzo maggiore dal 2011, in pratica da prima della crisi. La spesa per consumi aumenta del 2,5 per cento, anche qui rialzo più forte dopo sei anni, e simmetricamente cala la propensione al risparmio, pur restando su livelli elevati (dall’8,5 al 7,8). Tra le ombre figurano il deficit, rivisto al rialzo al 2,3 per cento del pil: la stima preliminare di marzo indicava l’1,9 mentre il governo nel Documento di economia e finanza (Def) ha scritto il 2,1 per cento. Egualmente risulta in aumento il debito pubblico, al 131,8 per cento del pil, rispetto alla stima del 131,5 e al 131,6 del Def. A cambiare le percentuali è la contabilizzazione secondo i criteri di Eurostat delle garanzie a salvataggio delle due popolari venete, per 4,76 miliardi, nonché per i capitali per rimborsare gli obbligazionisti “junior” (bond subordinati) del Monte dei Paschi. In altri termini, salvare il risparmio ha un costo del quale all’estero si tiene conto, e che viene spalmato su tutti i contribuenti – l’imminente lettera dell’Agenzia delle entrate sulla trasparenza di ciò che versiamo di imposte spiega che l’11 per cento delle imposte dirette va a pagare gli interessi sul debito. Anche qui, sarà il caso che se lo appuntino i vincitori che sul “risparmio tradito” hanno fatto campagna elettorale, che progettano una Banca d’Italia a controllo politico (il M5s) e che ora hanno tutti assieme individuato come bersaglio le “super commissioni speciali” di Senato e Camera che in via transitoria, fino alla formazione delle commissioni permanenti con il nuovo governo, si occuperanno di Def e politica economica. Ieri a Palazzo Madama è stato eletto il 5s Vito Crimi, con i voti del centrodestra, che alla Camera dovrebbe essere ricambiato con la scelta di un leghista (in alternativa Francesco Boccia, minoranza Pd, presidente uscente della commissione Bilancio). Ma la realtà incombe sugli appetiti e sulle promesse. Come i salvataggi bancari non sono piovuti dal cielo, l’Europa e gli analisti stanno sempre più prendendo le misure al nuovo corso dell’Italia.

  

Un rapporto di Capital Economics, centro di previsioni indipendente con base europea a Londra, stima che la ripresa farà conseguire entro l’estate l’obiettivo di un’inflazione europea prossima al 2 per cento, cioè il presupposto della fine definitiva della benevolenza monetaria (Quantitative easing) della Bce; benché poi depurato dell’energia l’indice dovrebbe raggiungere l’1,5 nel 2019. Anche la disoccupazione sta scendendo nell’Eurozona, a una media a febbraio dell’8,5 per cento; ma con molte differenze fra il 3,5 della Germania, l’8,9 della Francia, il 10,9 dell’Italia, il 16,1 della Spagna. “Per questo ragionevolmente la Bce si muoverà con cautela nel ritorno all’aumento dei tassi d’interesse” dice Capital Economics. “Noi prevediamo il primo rialzo a settembre 2019, un po’ dopo di quanto gli investitori sembrano aspettarsi”. Rumor delle ultime settimane collocavano in effetti un ritorno a tassi positivi dello 0,25 per cento a giugno del prossimo anno. In realtà non cambierebbe molto, anche tenuto conto che si sta animando la campagna per la successione a Mario Draghi, scade a novembre 2019. La Germania, alle prese con la Grande coalizione, non avrebbe più molta volontà di esporsi con Jens Weidmann (Bundesbank), ma sosterrebbe un candidato nordico: nella rosa il finlandese Erkki Liikanen, o l’olandese Klaas Knot. Anche un governo “pazzo” può godere di un periodo positivo, ma la ricreazione sta finendo.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi