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Tracce a Piazza Affari dell’emancipazione delle Pmi dal credito

I tassi di sviluppo del triangolo d'oro e il distacco tra le tre locomotive Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e il resto del treno

28 Marzo 2018 alle 06:10

Tracce a Piazza Affari dell’emancipazione delle Pmi dal credito

La Borsa di Milano (foto via Wikipedia)

Milano. I conti li ha fatti Confcommercio: se tutte le regioni registrassero i tassi di sviluppo del triangolo d’oro d’Italia, potremmo aggiungere al pil 179 miliardi di euro ogni anno, ovvero il 10,4 per cento. Anche così si può misurare il distacco tra le tre locomotive, cioè Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto e il resto del treno. Compresi i vagoni del sud che, di questo passo, corrono il rischio di sganciarsi dal convoglio. Argomento assai dibattuto, di questi tempi, per spiegare il malessere del Mezzogiorno sfociato nel plebiscito per i 5 Stelle. Meno nota, però, è, al contrario, l’accelerazione impressionante del triangolo d’oro dell’economia padana che ha ormai assunto le redini dell’economia italiana così come sta riemergendo dalla crisi. Un frutto delle terapie d’urto della Banca centrale europea di Mario Draghi oltre che della capacità del tessuto industriale di recuperare efficienza e qualità.

 

Ma anche dell’effetto del programma Manifattura 4.0 o della nascita dei Piani di investimento del risparmio, il primo strumento efficace per favorire il finanziamento delle Pmi al di fuori del sistema bancario. I risultati? In Lombardia la produzione industriale, già in forte crescita sotto la spinta dell’Expo, ha registrato nel corso dell’ultimo anno incrementi da economia emergente: più 3,1 per cento tra giugno e settembre, addirittura più 5,1 a fine 2017, sotto la spinta dell’aumento del tasso di utilizzo degli impianti che ha toccato il massimo storico (il 77,9 per cento). E’ vero – ammoniscono le previsioni più recenti – che la corsa possa rallentare, ancora prima degli temuti effetti dei dazi di Trump. Ma basta dare uno sguardo alle rilevazioni più recenti di Unioncamere per verificare che il rally poggia su basi solide: l’industria lombarda può contare su un portafoglio ordini di tutto rispetto, sufficienti a garantire 69 giornate di produzione, nove in più dei livelli di inizio 2017.

 

L’Emilia-Romagna, intanto si accinge a congedarsi dall’eredità più sgradita della crisi: “Il pil regionale – si legge nella previsione macroeconomica di Unioncamere – dovrebbe risultare superiore dell’8,7 per cento rispetto ai livelli minimi toccati al culmine della crisi nel 2009”. A fine anno si tornerà così attorno ai valori del 2007 grazie “a un’ulteriore accelerazione della dinamica delle esportazioni (più 5,5 per cento)”, perché la domanda interna stenta a ripartire, ma quella estera supera del 23 per cento quella del 2007, l’anno precedente la crisi. A confermare l’aria di ripresa arriva dal Veneto la voce di Alberto Baban, ex presidente della Piccola Impresa di Confindustria che sulle colonne del Corriere del Veneto ha lanciato il segnale che “il Veneto sta crescendo a ritmi cinesi”. A confortare questo giudizio è sia il dato della crescita che altre indicazioni non meno importanti. dalla disoccupazione, scesa sotto il 6 per cento alle sofferenze bancarie in calo. Altro dato illuminante, ancor più significativo è la riscossa della piccola industria, quella che, secondo le previsioni correnti, avrebbe dovuto esser sommersa dalle onde della globalizzazione. Al contrario, le statistiche dal nord est ci dicono che le aziende tra i 10 e i 49 addetti hanno registrato un incremento del 7,1 per cento, quelle fino a 9 dipendenti del 6,7. Una sorpresa, ma non per i gestori dei fondi. Una recente indagine del Politecnico di Milano sui Pir, i piani di investimento del risparmio, ha dimostrato “la cannibalizzazione” degli acquisti a danno delle blue chips. “A fine 2016 la capitalizzazione del listino non regolamentato dedicato alle piccole e medie imprese era pari a meno di 2,9 miliardi. Un anno dopo valeva quasi il doppio”. Ancor meglio ha fatto l’indice Star, che raggruppa molte medie imprese appetite dagli investitori internazionali attratti dal made in Italy. “Nei giorni scorsi – dice Gianluca Parenti di Intermonte – ho partecipato in Germania ad una presentazione agli analisti di imprese italiane, francesi e spagnoli. Nello stand italiani c’erano solo posti in piedi, gli altri erano mezzo vuoti”. Speriamo che l’effetto politico non dissolva l’incantesimo.

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