Il rischio di sprecare un’eredità fiscale inedita con l’incertezza dell'incompetenza

Speranze e preoccupazioni di multinazionali e avvocati d’affari riuniti nello studio Dla Piper

11 Marzo 2018 alle 00:06

Il rischio di sprecare un’eredità fiscale inedita con l’incertezza dell'incompetenza

Foto Pixabay

Milano. Christian Montinari non ha mai ricevuto tante telefonate come nei primi due giorni di questa settimana. Lo ha rivelato egli stesso, partner dello studio legale internazionale Dla Piper, parlando di fronte a circa 300 rappresentanti di grandi aziende (da gruppi esteri a giganti italiani come Prada a Luxottica) riuniti a Milano martedì 6 marzo per partecipare ad un incontro organizzato dallo studio e dedicato ad alcuni temi fiscali d’attualità. 

 

Dla Piper è uno dei più importanti studi legali al mondo: in Italia conta oltre 200 professionisti ed ha sede a Milano e Roma. Essendo il capo del dipartimento Tax Italia, a urne appena aperte Montinari è stato tempestato di telefonate di clienti che volevano capire che cosa succederà in Italia sul fronte fiscale dopo le elezioni e la vittoria del Movimento 5 Stelle e della Lega. La terza edizione del Tax Day non poteva cadere in un momento migliore per soddisfare almeno in parte la curiosità del mondo delle multinazionali. E fornire qualche utile indicazione a chi prenderà le redini del paese nei prossimi mesi.

 

“Per rispondere a quelle richieste – ha detto l’avvocato – ho pensato per prima cosa di andare a vedere l’eredità che ci lascia l’ultimo governo. E quello che ho trovato mi ha molto sorpreso”. Alle spalle di Montinari è stata proiettata una slide che mostra la graduatoria dei Paesi europei in base al “total tax and contribution rate” (tasse più contributi sociali) realizzata dalla Banca Mondiale e aggiornata al 2017. Due numeri erano evidenziati in rosso: il dato italiano del 2016 e quello del 2017. “Nel giro di due anni il totale tax and contribution rate italiano a carico delle imprese è crollato dal 62 al 48 per cento. È una diminuzione molto forte: il peso fiscale è ancora superiore al dato medio europeo, pari al 40,6 per cento, ma è inferiore a quello tedesco e francese. Mentre nel 2016 era il secondo più alto in classifica dopo quello della Francia”.

 

 

 

Questo brusco calo è dovuto in particolare agli sgravi contributivi per le assunzioni, un provvedimento non strutturale che lascia al prossimo governo un’eredità preziosa. Ma l’analisi di Montinari è andata oltre mostrando come un provvedimento di natura fiscale ben congegnato può avere effetti molto positivi: il super e iper ammortamento unito alla nuova legge Sabatini, che hanno incentivato gli investimenti in alcuni settori industriali, in particolare macchinari e apparecchiature elettriche ed elettroniche. “Le società beneficiare dell'agevolazione” ha sottolineato il partner di Dla Piper “hanno registrato una crescita più elevata dell’occupazione (del 4,7 per cento) rispetto alle altre società di capitali. Gli ordinativi sono cresciuti a tassi cinesi, di oltre il 10 per cento, e il tax rate effettivo è stato ridotto in modo sostanziale”.

 

Più che smontare quello che gli ultimi governi hanno fatto sul fronte fiscale, è il messaggio lanciato all’incontro milanese, il prossimo esecutivo dovrebbe impegnarsi per garantire la stabilità delle norme e la certezza dell’interpretazione. E dovrebbe intervenire sulla complessità del sistema: un’altra slide, sempre di fonte Banca Mondiale, mostrava il tempo richiesto per soddisfare gli adempimenti fiscali e l’Italia, con 238 ore e 14 diversi tipi di pagamenti, è ancora nella parte bassa della classifica, tra i paesi più complicati in Europa. Il tutto in un quadro globale che vede gli Stati Uniti varare una profonda riforma fiscale e guidare una gara a chi abbassa di più le tasse. 

 

Chiuso il seminario i partecipanti sono sciamati nelle vie della city milanese con un’impressione amara e con una paura: la prima è che gli elettori hanno punito una maggioranza che tutto sommato stava lavorando bene, almeno nel campo delle tasse sulle imprese. Il timore è che la voglia di cambiare, unita all’inesperienza, crei tanta incertezza. L’ambiente peggiore per una grande azienda.

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Commenti all'articolo

  • federdani

    12 Marzo 2018 - 16:04

    la circostanza di cui occorre stupirsi sta nel fatto che manager o opinions makers non sappiano i dati e non li monitorano momento per momento ed anche nel fatto che la politica non ne sappia cogliere la valenza e non la sappia rappresentare ai suoi interlocutori. I dati dell'Ocse, del FMI , dell'Eurostat ed altri, tantisssimi altri, ai quali è possibile accedere con una semplicità impressionante sono li a disposizione di tutti. Purtroppo solo di tanto in tanto vengono ripresi e commentati ed in ogni caso mai spiegati al grande pubblico, al popolo, per aiutarlo a capire. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti. E' poi inutile e forse vano ricordare come in tutti i talk i dati non sono mai oggetto di riflessione, prese come sono queste trasmissione a fare audience con il lamento sistematico dei poveri che non ce la fanno e delle aziende che falliscono per colpa dello stato, cattivo, maligno che non si occupa di loro ma solo degli abbienti. Non è un caso che la incultura è massima.

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