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Perché i sondaggi più interessanti sull'Italia sono quelli dei mercati

Nomura assegna poche chance a Lega e M5s e spiega perché i mercati non li gradiscono: vade retro sovranismi

28 Febbraio 2018 alle 06:10

Perché i sondaggi più interessanti sull'Italia sono quelli dei mercati

Roma. Ah il mercato, quella mano neppure troppo invisibile che sequestrerebbe la sovranità e la democrazia. Involutosi dalla visione benefica di Adam Smith a quella torva dei “poteri forti”, il tifo dei mercati per le elezioni del 4 marzo, e per il governo che ne deriverà, produce nei partiti col retrovisore di destra (Lega e FdI), sinistra (Leu) e ancora più negli “onesti” a cinque stelle la solita coazione a ripetere: sovrani siamo noi, non le banche, il Bilderberg, la Trilateral, gli eurocrati di Bruxelles. Risultato: niente grandi coalizioni, governi del presidente, basta Paolo Gentiloni a palazzo Chigi, né un Antonio Tajani o peggio la coppia Tajani-Gentiloni. Eppure dai report che in queste ore di blackout dei sondaggi ufficiali le grandi banche d’affari dedicano al voto e al dopo-voto, non emerge alcuno scippo della sovranità nazionale, né alcun golpe rispetto al trend politico corrente. E cioè un esecutivo di forze responsabili non populiste, vicine alle istituzione europee.

 

Nomura, conglomerata finanziaria giapponese storicamente attiva in Europa, in un dossier del 26 febbraio prevede al 70 per cento un “hung parliament”, termine inglese per Parlamento senza vincitori nel quale la maggioranza si realizza dopo il voto. In questo caso la probabilità più forte – il 50 per cento – Nomura la assegna a una coalizione centrodestra-centrosinistra composta da Pd, Forza Italia e altri che si aggreghino. La seconda opzione – il 30 – in caso di Parlamento appeso, è per il ritorno alle urne. Che non potrebbe che avvenire dopo la prossima manovra di Bilancio e una nuova modifica della legge elettorale. Dunque nel 2019, con Gentiloni in carica ad interim e l’appoggio delle forze governiste (FI e magari Leu).

 

Un 15 per cento va anche a una coalizione ampia (Pd, FI, 5 stelle, Lega): il cosiddetto governo del presidente o di scopo. Ultimo per probabilità, col 5 per cento, l’asse populista 5 stelle-Lega. Nomura esamina poi lo scenario – 30 per cento di probabilità – nel quale vi sia una maggioranza assoluta: e assegna il 90 per cento (di questo 30) al centrodestra, il 7 ai 5 stelle, il 3 al Pd. Nel frattempo la banca attraverso una nota degli economisti Andrew Cates e Chiara Zingarelli sottolinea che tutto ciò “non risolverebbe nel breve i problemi dell’Italia della bassa produttività, scarsa competitività e alto debito, mentre la buona notizia è che i referendum anti Ue sono ormai fuori dai giochi”.

 

Suggerimento: investire in Btp. Per inciso, lo Spread Btp-Bund ieri è sceso a poco più di 130 punti, con il rendimento al 2 per cento. Un report appena più recente, stavolta tutto italiano, giunge alle stesse conclusioni: nessun partito né coalizione con maggioranza dei seggi, e dunque nell’ordine: governo presidenziale con forze filoeuropee (FI, Pd e altri), o centrodestra egualmente a guida filo-Ue con Tajani a Palazzo Chigi. Questa seconda soluzione è basata in particolare su un’elaborazione di YouTrend che vedrebbe il centrodestra più vicino alla maggioranza assoluta (ma con trazione FI), e il vantaggio dei 5 stelle sul Pd che tende a chiudersi. Anche qui alla vittoria di grillini e leghisti vengono assegnate le chance minori, e il minimo gradimento dei mercati. Certo, sia i sondaggi sia i report delle banche hanno registrato negli ultimi anni non poche topiche.

 

Brexit a parte, nel 2013 avevano scommesso in Italia su una vittoria del Pd (che ci fu) e un’alleanza con la Lista Monti (che si liquefece). Ma anche l’allarme-populisti è smentito anche su altri fronti. L’indice Istat di fiducia delle imprese, diffuso ieri, è salito in un mese di 3,1 punti (da 105,6 a 108,7), con punte nella manifattura, nei servizi e nelle costruzioni, e l’aumento della propensione a investire. Perfino Jens Weidmann, presidente della Bundesbank candidato al dopo Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea, tratteggia uno scenario ben diverso dal 2011: “Il momentum è di crescita e stabilità, e anche se gli acquisti della Bce termineranno a settembre 2018 e non è irrealistico un aumento dei tassi nel 2019, non cambierà il quadro di una politica monetaria molto accomodante”. Gufi, rintanatevi.

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