Di promesse (e spesa) non si cresce

L’economia va in una direzione positiva, è la politica che manca di direzione

14 Febbraio 2018 alle 20:49

Di promesse (e spesa) non si cresce

Foto LaPresse

I dati sulla crescita del pil mostrano che l’economia italiana è andata piuttosto bene nel 2017, ma deve comunque accelerare perché è indietro rispetto al resto dell’Eurozona. Ci sono storiche ma pesanti zavorre, sempre più gravi per la produzione di reddito nazionale, come l’andamento negativo della demografia e una popolazione in invecchiamento. Fardello che il Foglio ha gioiosamente invitato a superare con un dopocena di San Valentino amoroso e soprattutto (ri)produttivo. Ma ci sono anche necessità indipendenti dalle scelte individuali ed essenzialmente legate alle ricette dei partiti su come accelerare la crescita strutturale. Vediamo però da dove l’Italia riparte che sia per le decisioni dei governi Renzi e Gentiloni oppure per il sostegno garantito dalla Banca centrale europea di Mario Draghi tramite tassi bassi e liquidità abbondante.

 

L’economia è cresciuta dello 0,3 per cento nell’ultimo quadrimestre dell’anno scorso rispetto a quello precedente, un decimale meno delle attese, ma rispetto a un anno prima ha segnato una crescita dell’1,6 per cento, che è la più sostenuta mai registrata dal 2010. I fattori decisivi sono stati la ripresa della domanda interna e soprattutto la conferma della forza delle esportazioni oltre che l’attività industriale robusta. Ci sono economie che sono andate meglio nel complesso come il Portogallo, l’Olanda, la Francia e, ovvio, la Germania. Ma la tendenza a un ritmo di crescita vicino o superiore a un punto e mezzo percentuale non va sottovalutata. Non tanto perché il dato statistico potrebbe essere rivisto al rialzo, come accaduto in passato, in quanto ad esempio non include il fatturato nel settore dei servizi, voce rilevante del pil.

 

Quanto perché la tendenza è al miglioramento. Gli ultimi sondaggi tra gli operatori economici dicono che l’economia ha avuto un positivo inizio d’anno. L’indice composito dell’attività manifatturiera in gennaio è arrivato a 59 punti, ovvero il più alto livello degli ultimi undici anni che lascia presagire un miglioramento del pil nel primo trimestre del 2018. Di certo la crescita anemica dei salari pesa sui consumi e il rischio che le banche tirino il freno su prestiti e investimenti con il ritiro degli stimoli Bce possono porre dei dubbi. Ma più d’altro, come segnalato dall’economista Francesco Daveri su lavoce.info, è la propulsione politica a mancare. In campagna elettorale abbondano le promesse elettorali condite da aumenti di spesa pubblica senza appropriate coperture. Mentre non si vedono dai partiti in corsa offerte per aumentare la competitività dell’industria. Mentre i sovranisti blaterano di tasse sui robot e degli incentivi all’innovazione per l’industria l’Italia ha avuto una crescita inedita negli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto. Qual è la direzione?

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Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    15 Febbraio 2018 - 11:11

    A proposito della tassa sui robot, che non so se sarà giusta o ingiusta, so solo che noi umani siamo abbondantemente tassati per fare lavori da cui un domani potremmo venire esautorati, ho sentito un aneddoto raccontato da Berlusconi a Lucia Annunziata: la fabbrica del 2050 sarà composta da robot e macchine che si occupano della produzione, un uomo e un cane; a che servono quati ultimi due? L'uomo a dar da mangiare al cane, il cane a non far avvicinare l'uomo alle macchine. Sarà pure una storiella ma è molto verosimile. Purtroppo.

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  • guido.valota

    14 Febbraio 2018 - 23:11

    Qual è la direzione? Derubare chi lavora per sussidiare chi non ha nessunissima intenzione di lavorare. Con questo programma economico M5S stravincerà le elezioni in oltre metà del Paese.

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    14 Febbraio 2018 - 22:10

    Non vale un momento di riflessione? La flat-tax, nessuno lo ha fatto fatto. Poiché, leggendo tutti i programmi è evidente: tutto sarà a debito, meglio indebitarsi per un progetto strategico che come tale, ovviamente senza snaturarsi, contempla e prevede aggiustamenti, o indebitarsi per coprire le spese a pioggia, il cui ritorno in termini reali di crescita è un punto interrogativo? Cambiare la cultura e la struttura presenti del nostro sistema fiscale, è un progetto strategico, che sposta il debito nel settore degli investimenti e non del carpe diem. Padoan lo sa bene, ma non lo può dire. Già.

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