Appunti per Bruxelles

Enrico Nuzzo

Il divario tra le diverse aree dell’Eurozona è destinato a conservare, ancora per tempo, una posizione centrale nei dibattiti di politica economica. Per colmarlo, non sembra sollevi obiezioni l’idea di accordare, ai governi dei paesi più deboli dell’Unione europea, flessibilità a sostegno degli interventi funzionali alla crescita. Sulla materia sono da poco intervenuti gli economisti franco-tedeschi con proposte non così innovative, come si può essere indotti a credere, perché, correttivi a parte, già da qualche mese segnalate. Esse, in sintesi, constano dell’idea di spostare l’attenzione dal deficit (3 per cento del pil) alla spesa, nel finanziamento della stessa a più caro prezzo se improduttiva, insieme al completamento dell’Unione bancaria. In più si suggerisce l’istituzione di un comitato di economisti indipendenti dei paesi Ue, con compiti di sorveglianza sulle scelte politiche adottate e di relazione annuale ad un “board” di esperti dell’Eurozona, ulteriore ingranaggio, tecnico e non politico, nei già complicati congegni del processo decisionale Ue. Evidente, in quel che si è appena riferito, il proposito di superare le regole attualmente in uso sulla governance dell’Eurozona, senza perder di vista il dato, imprescindibile in una unione monetaria, della inevitabilità dei vincoli di bilancio, riferiti (come segnalato) non più al deficit, ma alla spesa.

 

Le riflessioni sulle regole in quanto tali (vecchie o nuove che siano) non possono che riguardare il loro contenuto e, per l’esperienza maturata, anche gli automatismi su cui, fin qui, hanno fatto leva. Necessario bandire soluzioni del tipo flessibilità per chi sorveglia i conti, penalità per gli spendaccioni e, soprattutto, spingersi in avanti, nel proposito di agevolare, nelle aree interessate, l’innesco di “trend” economici favorevoli, con appropriati piani di sviluppo. Le misure a favore degli investimenti, gli stimoli alla crescita, rigorosamente da esaminare e soppesare, è bene che siano vagliate non con riferimento ad ipotetici tetti di spesa, bensì soffermandosi sulla qualità e sull’efficacia del programma da realizzare. Si riesce, così, a evitare la tagliola degli automatismi che, come fin qui sperimentato, non hanno dato buoni frutti e reso inevitabili le sterili discussioni sui decimali. La decisione di avviare e/o sostenere piani di stimolo all’economia, insieme alla valutazione degli obiettivi da perseguire e dei tempi per centrarli, non può che contemplare le assunzioni di rischio implicite nell’attuazione di detti piani, una volta approvati. Ponendosi nella logica di consentire livelli di spesa, non permissiva e sorvegliata, funzionali a sensate e ragionate misure di crescita, chi si trova a dover fare il conto proprio con il, pur se non gradito, convitato di pietra di cui si è detto.

 

Il “rischio” in questione, difatti, è connesso alle scelte di cui si discorre e ineliminabile dal tavolo delle decisioni. La questione, perciò, assume connotazione politica. Passi significativi nella direzione di un’Unione non di facciata comportano la presa in carico, da parte delle istituzioni Ue, appunto (si ripete) di rischi, controllati quanto si vuole, ma pur sempre rischi. Il che presuppone, rispetto all’esistente, un diverso equilibrio e un mutato assetto degli organi abilitati ad agire nella direzione indicata: Consiglio dell’Unione e Commissione. Il Consiglio dell’Unione, formato dai rappresentanti dei singoli governi Ue, è il titolare, a un tempo, del potere legislativo ed esecutivo, perché esercita “la funzione legislativa… e di bilancio” e quella “di definizione delle politiche e di coordinamento”, come “stabilito nei trattati” (art. 16 Trattato Ue). La Commissione, in quanto designata da rappresentanze espressione di entità democraticamente elette, quali sono i singoli governi nazionali (Trattato Ue, art. 17, paragrafi 4,5 e 7), è organo politico e non, come a più riprese erroneamente si asserisce e/o talvolta si “rimprovera”, tecnico-burocratico. E’ l’organo politico che cumula (le puntualizzazioni sono inevitabili!) compiti di iniziativa “legislativa”, nonché di gestione di politiche e di vigilanza sul rispetto e la corretta osservanza delle norme in vigore, essendo titolare di potere normativo “diretto” e di “presenza e di intervento” in quello dell’Unione e di vigilanza e sulla applicazione degli atti di quest’ultima.

 

Per semplificare, a costo di approssimazioni, la Commissione si tratta di una sorta di direzione superiore unica chiamata ad applicare le decisioni del Consiglio dell’Unione, alle cui adunanze partecipa, con potere di intervento, concorrendo anche ad influenzarne le scelte. Per queste sue attribuzioni è deputata ad un ruolo “sovranazionale”, entro il perimetro tracciato dalle decisioni del suddetto Consiglio. Nella realtà operativa finisce con l’esprimere parte prevalente della sua attività in compiti di vigilanza e controlli sulle politiche di bilancio degli stati membri. Per farle svolgere il ruolo, più incisivo, di vero “centro propulsivo” dell’integrazione europea, e non quello, pressoché assorbente, di controllore, è necessario che venga dotata, da parte dello stesso Consiglio, del necessario “propellente”.

 

Vale a dire del più penetrante potere di valutare, e “gestire” direttamente, e in piena autonomia, l’approvazione tempestiva, entro i termini compatibili con la loro messa in pratica, dei piani di crescita proposti dai singoli stati, salvo i successivi controlli. In una simile opzione è implicita l’assunzione diretta e in proprio, da parte dell’Unione, per effetto dell’operato del Consiglio, del rischio dei mancati obiettivi e delle correlative conseguenze economiche, se i suddetti programmi, una volta approvati, non dovessero dare frutti e/o non li dovessero far cogliere nei tempi auspicati. A proposito del futuro professionale di Mario Draghi, Eugenio Scalfari su Repubblica riferisce come “mio parere” l’idea di un incarico da presidente della Commissione che si rinnoverà nell’autunno 2019, quando il mandato del presidente della Banca centrale europea scadrà. Scalfari dà un’informazione necessariamente generica, in quanto legata alla futura evoluzione degli eventi, ma è certo che una riforma delle funzioni degli organismi europei è il prezzo che la comunità politica dell’Eurozona deve mettere in conto affinché il processo d’integrazione possa progredire.

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