L'economia italiana non può che continuare ad andare di bene in meglio

Marco Fortis

E’un affare sempre più complicato conciliare i dati economici italiani con la cosiddetta realtà percepita. Infatti, le cifre indicano inequivocabilmente che il 2017 è stato per l’economia un anno molto positivo, come non capitava da tempo. Ma c’è invece chi sostiene che il sentimento dei cittadini sia diverso e sia ancora prevalentemente negativo.

 

Secondo alcuni, le statistiche medie aggregate (tipo il pil, l’occupazione, l’export, ecc.) sarebbero come il pollo di Trilussa: cioè, anche se i dati italiani sembrano in miglioramento, essi nasconderebbero “la verità”, vale a dire il fatto che molte imprese sarebbero ancora in crisi e che nella nostra società starebbero aumentando le diseguaglianze e il rancore. Poi, tanto per non farci mancare nulla, ci sono anche le “fake news”, alcune delle quali negano addirittura che vi sia stata una vera ripresa negli ultimi anni. Tutte queste contraddittorie chiavi di lettura, inevitabilmente, finiscono con il frastornare l’opinione pubblica che non sa più a che cosa credere.

 

A parte un nostro dubbio di fondo, e cioè se il problema del pollo di Trilussa affligga anche i dati statistici degli altri paesi, la questione della realtà percepita in Italia è piuttosto curiosa. Infatti, è chiaro che non vi è un solo tipo di percezione. C’è la realtà percepita-rilevata (misurata attraverso interviste svolte con criteri professionali) che, tutto sommato, è abbastanza allineata ai dati economici, visto che la fiducia delle imprese e dei consumatori oggi è su valori elevati, come mostrano gli indici Istat di dicembre. Se fosse vero che gli imprenditori sono scontenti, perché la loro fiducia si posizionerebbe, secondo tali indici, a livelli che non si vedevano dal 2006? E analogamente, se la realtà percepita dai consumatori fosse davvero così negativa, perché la loro fiducia si troverebbe a livelli che sono stati toccati negli ultimi venti anni solo nel 2001 e a inizio 2016?

 

C’è poi la realtà percepita-interpretata, che negli ultimi tempi è di gran moda e ha gettato varie ombre persino sulla consistenza stessa della crescita economica. In questo secondo caso si spazia da analisi accreditate come quelle del Censis, che cercano di “interpretare” le fragilità che ancora permangono nel sistema socio-economico italiano dopo la lunga crisi, fino alle libere interpretazioni “di parte”, tra cui spiccano quelle di politici e di lamentatori da talk show, i quali sostengono che le imprese e i consumatori non sarebbero affatto contenti. Ma chi dei due ha ragione? Gli indici di fiducia (che rilevano statisticamente la realtà percepita) o i professionisti del malumore (che la interpretano a loro discrezione)?

 

I conti economici regionali recentemente diffusi dall’Istat cascano a proposito perché ci aiutano a capire meglio la dinamica attuale dell’economia italiana e ci permettono anche di fare un po’ di chiarezza sulle diverse percezioni della realtà. Si tratta di dati aggiornati al 2016, che perciò non catturano l’ulteriore miglioramento avvenuto nel 2017, ma che appaiono comunque interessanti perché evidenziano già in modo netto dinamiche regionali e settoriali di cui è bene essere consapevoli se si vuole fare della seria analisi economica e non buttare tutto in caciara.

 

Si lasci da parte il 2014 (caratterizzato dagli “80 euro” solo per pochi mesi) e si consideri il biennio 2015-2016, periodo in cui le diverse politiche economiche del governo italiano (per i redditi, l’occupazione e gli investimenti) sono entrate pienamente a regime. La prima sorprendente tendenza che balza all’occhio, nonostante le più cupe interpretazioni della realtà percepita che ci vengono quotidianamente propinate, è che in questo biennio i pil della Lombardia (più 2,5 per cento), del nord-est (più 2,5 per cento) e anche del Mezzogiorno (più 2,4 per cento) sono cresciuti in misura superiore al pil francese (più 2,3 per cento), mentre i pil specifici non soltanto della super-performante provincia autonoma di Bolzano (più 4,2 per cento) ma anche di Campania (più 4,9 per cento), Basilicata (più 9,2 per cento) e Molise (più 4,9 per cento) hanno fatto perfino meglio del pil della Germania (più 3,7 per cento). L’Istat ha poi pubblicato per tutte le regioni anche i dati dei consumi delle famiglie, un indicatore che per molti aspetti è più indicativo del pil circa il reale livello di benessere dei cittadini.

 

Ebbene, nel 2015-2016 i consumi di tutto il nord Italia (più 4,3 per cento) ma anche di Basilicata (più 4,2 per cento), Puglia e Sardegna (entrambe più 4 per cento) sono aumentati più dei consumi di Germania e Francia (più 3,8 per cento e più 3,7 per cento, rispettivamente). Se il pil in Italia nell’ultimo biennio è cresciuto meno che in Francia e Germania la spiegazione sta dunque principalmente nella debole performance del Centro (con il pil progredito appena dello 0,9 per cento), appesantito soprattutto dal Lazio (più 0,9 per cento) e dalle Marche (meno 0,1 per cento).

 

In sostanza, chi sostiene che le politiche economiche non avrebbero funzionato dovrebbe spiegarci perché esse, dagli “80 euro” al “super ammortamento”, dall’eliminazione della componente lavoro dell’Irap all’abolizione della tassa sulla prima casa, hanno avuto un impatto significativo in quasi tutto il nord e in gran parte del Mezzogiorno (dove la crescita nel 2015-2016 è stata di intensità franco-tedesca) ma non al Centro Italia. Quest’area del nostro paese ha evidentemente vissuto criticità specifiche, come risulta chiaro esaminando la dinamica dei settori produttivi. Infatti, a livello di valore aggiunto dell’industria il Centro Italia è addirittura arretrato nel biennio 2015-2016 (meno 0,1 per cento), soprattutto per effetto del Lazio (meno 6,6 per cento), mentre il nord Italia è cresciuto (più 3,8 per cento) in misura quasi simile alla Germania (più 4,1 per cento) e superiore alla Francia (più 2,8 per cento). L’industria dell’Emilia-Romagna (più 4,4 per cento) è progredita perfino di più di quella tedesca, a cui molto somiglia per modello produttivo, ma lo ha fatto anche, e con una intensità superiore, l’industria del Mezzogiorno (più 7 per cento), trainata dalla Campania (più 8,9 per cento), grazie ai suoi dinamici imprenditori, e dalla Basilicata (più 29,2 per cento), grazie alla Fiat-Chrysler di Sergio Marchionne. Lo stesso è accaduto per il settore del commercio, trasporti e turismo. In questo caso la crescita del nord (più 3 per cento) e del Mezzogiorno d’Italia (più 3,4 per cento) è stata di tipo tedesco (più 3,1 per cento) e superiore a quella della Francia (più 2,5 per cento), mentre nel Centro, nuovamente, la dinamica è stata quasi piatta (più 0,5 per cento).

 

Qualcuno sicuramente obietterà che la più forte crescita nel 2015-2016 di gran parte delle regioni del nord e del Mezzogiorno d’Italia rispetto alla Francia, e in molti casi anche rispetto alla Germania, potrebbe dipendere dal fatto che, diversamente da questi due paesi, noi avevamo perso molto durante la precedente crisi e dovevamo perciò recuperare. In parte è vero. Così come è vero che se i consumi delle famiglie al nord sono già tornati sopra ai livelli pre-crisi e anche al Centro ormai manca poco, nel Mezzogiorno la strada da fare resta ancora lunga, a causa della forte caduta avvenuta dal 2009 al 2013. Ma la sostanza è che nel 2011 lo spread era alle stelle. E che nel 2012-2013 il pil italiano aveva il segno meno mentre nel 2017 farà registrare una crescita come minimo dell’1,5 per cento. Eppure secondo alcuni interpreti della realtà percepita oggi si starebbe persino peggio di quando si stava peggio. Leggendo attentamente i dati sembra invece che si stia meglio, anche se magari ancora non abbastanza bene.

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