Banking gossip show

Si va per Boschi. Ma i guai della incapacità di fare credito e di vigilare restano. Chi se ne occupa?

20 Dicembre 2017 alle 20:43

Banking gossip show

Roma. Con l’audizione di Federico Ghizzoni cala di fatto il sipario sulla Commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario. E che cosa resterà al di là degli sms all’alba a Maria Elena Boschi del presidente in scadenza della Consob Giuseppe Vegas (brividi da sexual harassment), della comparsa sempre di Boschi a un tè pomeridiano con il padre raccontato da Vincenzo Consoli, ex capo di Veneto Banca (“un quarto d’ora senza profferire parola”), delle “battute sugli orafi” di Matteo Renzi citate da Ignazio Visco per due occasioni (nientemeno) e di fronte a testimoni; insomma di tutta questa fuffa: che cosa rimane che riguardi davvero il sistema bancario, i suoi malfunzionamenti dove ci sono stati, il suo rilancio dove c’è, e soprattutto l’efficacia e il coordinamento delle Autorità regolatorie e di Vigilanza, appunto Consob e Banca d’Italia? Nulla, zero. Eppure dal 2018 si annunciano nuove regole da parte della Commissione europea e della Bce, e questo dopo interventi pubblici negli anni della crisi pari a 750 miliardi di euro e 1.200 di garanzie, con perdite per gli stati membri di 218 miliardi (ultimi dati pubblicati a Bruxelles a fine novembre scorso): interventi che hanno riguardato l’Italia per meno di 40 miliardi, finora senza perdite contabilizzate. Bankitalia e Commissione di controllo sulla Borsa come hanno operato? Quanto risultano attrezzate per l’immediato futuro? Per la prima, il governatore Visco ha ammesso: “Potevamo essere più svegli”, e “ho due rimpianti, sui crediti deteriorati e sulla Popolare di Vicenza”. D’altra parte il suo capo della vigilanza Carmello Barbagallo aveva prodotto una quantità di “non ricordo”. Il che suona a dir poco bizzarro per un organismo di 7 mila dipendenti, che ha tuttora 20 sedi in tutti i capoluoghi di regioni, 39 filiali territoriali e altre dieci sottofiliali i cui funzionari dovrebbero prevalentemente vigilare sulle banche e sui loro dirigenti.

 

Per inciso: il 25 ottobre, 24 ore dopo il rinnovo del mandato al governatore, in Via Nazionale sono scattati 1.706 promozioni di ruolo di stipendio. Quanto alla Consob, il suo presidente “audito” il 14 dicembre, il giorno della sua scadenza, e dopo avere incidentalmente dato la disponibilità a guidare la Lega Calcio, da giorni ripeteva agli amici: “Cammino male, ho molti sassi nelle scarpe”. Vegas ha pensato di toglierseli – il governo Renzi di concerto con l’opposizione aveva in effetti nominato tre commissari a lui non graditi – dando ai partiti tutto il gossip che si aspettavano; per dirla con il ministro dello Sviluppo Carlo Calenda “tirando il pallone in calcio d’angolo” e distraendo “l’attenzione dalle sue responsabilità”. Se negli organi di garanzia nazionali lo stile è anche sostanza, e per giunta difetta, poi non lamentiamoci dell’Europa. C’è poi un problema di fondo la commissione gossip non ha affrontato (in quanto concreto): come sono stati decisi i finanziamenti alle imprese e perché la Vigilanza (“ostacolata” ormai per definizione) ha fatto il pesce in barile? La commissione parlamentare non ha indagato sull’avallo – parlamentare – a un rilassamento della regolamentazione (raccontato dal Foglio il 29 ottobre) del 2012: con un emendamento alla manovra, durante il governo Monti, è stato modificato l’art. 136 del Testo unico bancario permettendo ad amministratori e sindaci di non essere più sanzionati penalmente se la banca presta soldi a un’azienda o a una società alla quale i membri del cda possono essere collegati.

 

Per sveltire le procedure, disse l’Abi, ma è anche un passepartout per finanziare amici bisognosi, per dire. Questo apre una riflessione su come si sono generati oltre 300 miliardi di euro di crediti deteriorati, su come le banche hanno deciso chi finanziare e sul perché le Autorità siano state incapaci di prevenire il guaio. Se mercoledì non fosse intervenuto Ignazio Angeloni, Vigilanza Bce, in commissione non si sarebbe parlato di pulizia dei bilanci, ma soltanto di una banca di provincia. Francesco Zanotti della società di consulenza aziendale CSE Crescendo in una “lettera aperta alla Commissione d’inchiesta”, inviata il 13 novembre, ha scritto che c’è una “carenza cognitiva di sistema”. Ovvero “le banche e i controllori non dispongono delle conoscenze e non hanno gli strumenti per valutare il futuro delle imprese – ha scritto – Non stiamo parlando di mancanza di volontà o di esperienza parliamo della oggettiva non disponibilità di adeguate conoscenze e di coerenti strumenti di valutazione”.

 

Una tesi che non nasce dal nulla ma deriva dall’esame delle metodologie di valutazione dei progetti strategici delle aziende da parte delle banche. Zanotti fa un esempio: “Ponendo l’indice della produzione industriale del 1998 uguale a 100, sappiamo che nel 2013, questo indice valeva circa 80. E poniamo anche l’insieme dei prestiti alle società non finanziarie uguale a 100 nel 1998. Ebbene, questo indice non solo non è calato, ma è cresciuto e di molto, tanto da valere nel 2013 circa 200. Cosa ci dice tutto ciò? Che l’indice della produzione industriale è calato di 20 punti, mentre quello dei prestiti alle società non finanziarie è cresciuto del doppio. Una crescita così rilevante degli affidamenti in direzione sbagliata può essere giustificata dal cosiddetto capitalismo relazionale o da malversazioni? No di certo. E’ giustificato invece dalla mancanza di strumenti per traguardare il futuro delle imprese che vengono affidate”. Questo problema essenziale per curare il settore bancario non è stato discusso, né ovviamente risolto, da una commissione che “indaga” con i paraocchi.

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