Perché l'accordo di Amazon con il Fisco non c'entra con la web tax

L'azienda di Besos ha siglato un'intesa da 100 milioni di euro. Maffè (Sda Bocconi): “È una non notizia. È solo un'altra vittima di un paese in cui non esiste la certezza del diritto. Preferisce un compromesso per evitare conseguenze”

Perché l'accordo di Amazon con il Fisco non c'entra con la web tax

Foto LaPresse

La notizia è questa: l'Agenzia delle Entrate e Amazon hanno siglato un “accertamento con adesione” da 100 milioni di euro “per risolvere le potenziali controversie relative alle indagini fiscali, condotte dalla Guardia di Finanza e coordinate dalla Procura della Repubblica di Milano, relative al periodo tra il 2011 e il 2015. Gli importi sono riferibili sia ad Amazon EU S.ar.l che ad Amazon Italia Services srl”. Tradotto: la società di Bezos pagherà al Fisco italiano 100 milioni di euro. Che arrivano dopo gli “accertamenti con adesione” sottoscritti da Google (306 milioni) e Apple (318 milioni).

 

L'interpretazione, invece, è che questo accordo “conferma che la web tax transitoria oggi in vigore sta funzionando” (Francesco Boccia, Pd) e che “anche se rispetto al fatturato si tratta di un importo certo limitato, resta un passo avanti verso la web tax ” (Massimiliano Dona, presidente dell'Unione Nazionale Consumatori).

 

Ma, come spiega al Foglio Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente di strategia e imprenditorialità alla Sda Bocconi, l'accordo sottoscritto da Amazon e la web tax non hanno alcun legame. Anzi, sottolinea, “il fatto che mi si chieda di commentare questa notizia dimostra che la caccia alle streghe sta producendo i propri effetti”.

 

“Quello di Amazon - prosegue - è un normale accordo con il Fisco. Una transizione di cui, come ovvio, non conosciamo i dettagli. Stiamo parlando di una normalissima pratica erariale, attuata da decine di migliaia di aziende. Amazon è solo un'altra vittima di un paese in cui non esiste la certezza del diritto. Preferisce arrivare a una situazione di compromesso per evitare conseguenze. Paga per evitare rischi maggiori. Questo non ha alcuna implicazione sulla web tax”.

 

Nel merito della vicenda, poi, Maffè ricorda che si tratta di fatti risalenti al 2011 quando Amazon “non aveva ancora stabilito in Italia il polo logistico di Castel San Giovanni (Piacenza) e c'erano dubbi sull'esistenza di una stabile organizzazione. Tra l'altro le posso dire che, per esperienza diretta, secondo me Amazon ha dato un'interpretazione giusta delle legge perché all'epoca i processi produttivi non si trovavano in Italia. Oggi ovviamente la situazione è cambiata. In ogni caso poco importa, non sapremo mai chi ha ragione. Amazon ha sottoscritto una 'polizza assicurativa' contro possibili rischi futuri. Sa quante cause pendenti con il Fisco ci sono in Italia?”

 

“Il Fisco - conclude Maffè - ovviamente utilizza a proprio vantaggio la complessità delle norme. Detto questo mi preme aggiungere un'ultima cosa: quando parliamo di Amazon, ma anche di Google e Apple, siamo davanti ad attori certamente non esenti da difetti e con un potenziale di crescita che merita sorveglianza. Ma allo stesso tempo, e parlo soprattutto di Amazon, si tratta di una società che ha garantito un benessere reale agli italiani, aumentando il livello dei servizi e abbassando i prezzi dei beni. Grazie ad Amazon siamo entrati nel terzo millennio con prezzi di beni e servizi comparabili con quelli del resto del mondo”.

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Commenti all'articolo

  • marco.ullasci@gmail.com

    marco.ullasci

    15 Dicembre 2017 - 23:11

    In effetti che sia l'associazione dei consumatori, ovvero di chi di piu' ha guadagnato dalla presenza di Amazon e piu' ha da perdere dalla web tax, a rallegrarsi della notizia ha del grottesco.

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