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È così che vogliamo ridurre la precarietà?

Dimezzare i contratti a termine significa non aver capito la lezione dei voucher

14 Dicembre 2017 alle 06:00

È così che vogliamo ridurre la precarietà?

Protesta dei ricertori precari del Cnr per le condizioni di lavoro (foto LaPresse)

I partiti della maggioranza hanno concordato di inserire nella Legge di Bilancio un emendamento per ridurre da tre a due anni la durata dei contratti a termine. Lo scopo, naturalmente, è quello di favorire le assunzioni a tempo indeterminato, ma è assai dubbio che sarà questo l’effetto reale della misura annunciata. Quando si prendono decisioni che vanno contro le tendenze del mercato – in questo caso del mercato del lavoro –  si rischia sempre di subire una “vendetta”. Basti pensare a quello che è capitato con l’abolizione dei voucher, che sono stati rimpiazzati solo in misura irrisoria da contratti più solidi, con l’effetto di ridurre invece di aumentare le ore lavorate e retribuite in modo legittimo.

   

Le imprese che si stanno riprendendo dalla crisi utilizzano i contratti a termine per verificare se la ripresa della domanda, ancora embrionale, è destinata a consolidarsi. Se questo strumento viene depotenziato, come avviene riducendone l’arco temporale, possono reagire rinviando le assunzioni, e non procedendo ad assunzioni a tempo indeterminato. Anche il ministro del Lavoro Giuliano Poletti, che ha commentato l’accordo politico con una dichiarazione piena di se e di ma, probabilmente nutre molti dubbi sulla sua efficacia, e intravvede i rischi di un effetto controproducente. Ma alla fine, con tutta probabilità, si dirà che il governo agisce per ridurre la “precarietà del lavoro” – anche perché se invece si determinerà una riduzione delle assunzioni, lo si vedrà solo dopo le elezioni.

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