Il rapporto tra globalizzazione, Trump e agricoltura spiegata con Troisi

Cosa potrebbe succedere alla nostra agricoltura se il presidente americano mantenesse le sue promesse? Com'è cambiata la globalizzazione e perché le vecchie classificazioni non valgono più

13 Dicembre 2017 alle 17:39

agricoltura e globalizzazione ai tempi di Trump

Foto LaPresse

Il Foglio ha organizzato con il Ministro Calenda e Raffaele Borriello (Ismea) un dibattito sulla globalizzazione, Trump e agricoltura. Questioni importanti, e ancora poco presenti nelle agende. Eppure già nel 1983 Massimo Troisi introdusse l’allora nascente fenomeno con una scenetta esemplare. Nel film "Scusate il ritardo" si racconta la storia d’amore tra Massimo (Troisi) e Anna (Giuliana De Sio). Lui è disoccupato. Vive con la sua famiglia, pochi soldi, pochi sfizi. Meno male che c’è il vicino, un vecchio professore di matematica, solitario e brontolone. Sta sempre a casa, tranne nei fine settimana, allora va a trovare i nipoti e Massimo ne sfrutta (con molta delicatezza) l’appartamento. La scena: dopo l’amore Massimo prepara un caffè e si accorge che il professore ha ancora la macchinetta da uno. Anna ribatte: poverino, chissà come si sente solo. Massimo nota allora che il prof. è sì solo e vuole restare solo, perché se uno si sente solo non può avere la macchinetta da uno. Al contrario deve comprarsi la macchinetta da 12/24, così che le persone sono portate a pensare: e andiamoci a prenderci un caffè a casa del professore.

 

 

Quella scena col tempo ha acquistato un valore simbolico.

 

Sì certo, il vecchio professore di Troisi, rappresentava, allora, una vecchia idea di Napoli. Ma in alcuni momenti di sconforto, visto il clima culturale, mi chiedo ma quel professore è come l’Italia? Cioè, esiste e sta prendendo piede un immaginario in nome del quale siamo convinti di poter vivere in solitudine, poco o per nulla desiderosi di investire in macchinette da 12?

  

Decenni fa la classica declinazione destra/sinistra serviva per fissare i protagonisti della vicenda. I reazionari poco aperti alle novità, autarchici e i progressisti, cosmopoliti. Ma la suddetta non funziona più. In campo agricolo, per esempio, è facile trovare delle simmetrie tra i manifesti di Forza nuova che invitano a consumare prodotti italiani (in difesa della razza) e un certo lavoro culturale della sinistra che tende a privilegiare il prodotto di casa nostra, terra nostra, tradizioni nostre. Come dicevano quelli di Slow Food: bisognava salvare i mores locali dall’assalto del fast food. Insomma Italia First.

 

Vista la confusione nel settore l’Economist tempo fa ha suggerito una nuova definizione: apertura contro chiusura.

 

Sempre per rimanere nella sfera di influenza di Troisi, quelli aperti hanno capito che il caffè non lo produciamo da soli e nemmeno la macchinetta. Ogni prodotto, vuoi per il grado di complessità tecnologica (che impone una specializzazione crescente) vuoi per una semplice questione di materie prime, ogni prodotto, dicevamo, è formato da più parti e ognuna di queste nasce in diverse regioni del mondo. I chiusi preferiscono invece alzare muri, punto. Global contro no global.

 

Magari le definizioni non sono mai esaustive ma perlomeno servono ad orientarci.

 

Prendete l’ultimo report di Ismea: è una specie di simulatore, cosa potrebbe succedere alla nostra agricoltura se Trump mantenesse le sue promesse, dunque American First? Prima di rispondere il report ci fa notare alcune contraddizioni, per esempio, alcuni di noi combattono per il chilometro zero, e va bene, diciamo che l’orto del vicino è più bello di quello lontano, eppure noi siamo sì un paese importatore (usiamo per mancanza di materie prime grano candese o neozelandese per produrre pasta) ma esportiamo verso gli Stati Uniti. La cifra è alta, 41 miliardi di dollari e l’agroalimentare rappresenta quasi  10 per cento sulle esportazioni totali. Abbiamo bisogno nel mercato americano (e russo e tedesco), cioè dal nostro vicino orto i prodotti devono viaggiare eccome. Se Trump si decidesse per il chilometro zero, che fine farebbe il nostro made in Italy? Ci sono vari scenari elaborati e tuttavia alla fine si capisce che esclusa un’ipotesi di continua guerra commerciale, probabilmente Trump non potrà far molto. Forse Trump – dice Borriello – nel modo sbagliato sta mettendo in discussione un modello di globalizzazione. La geo politica è cambiata, spuntano l’India e la Cina e questi non bussano più garbatamente. I nuovi arrivi stanno mettendo in discussione il placido e abitudinario schema, Stati Uniti e Unione europea.

 

Per farci un’idea di come sia vecchia la vecchia globalizzazione (nonostante il bisticcio) basti pensare che nel Fmi la Cina ha solo qualche voto in più rispetto al Belgio. Nuovi attori nuovi voti. I nuovi attori asiatici Calenda li ha visti arrivare. Non ne è spaventato.

 

Partiamo dal presupposto che la globalizzazione ha cambiato il mondo. L’industria e l’agricoltura moderna hanno sollevato le masse dalla povertà e alcuni innovazioni (chimica, miglioramento genetico ecc.) hanno sconfitto carestie, fame e malattie. Per Calenda non è la globalizzazione il male, quello che è pericoloso è invece una certa fabula (di sinistra) che all’inizio ha descritto il fenomeno a forza di suggestioni evitando di fare i conti con la complessità del sistema. La terra è piatta, per citare il libro di Thomas Friedman. Vero, è meglio commerciare che guerreggiare eppure non tutti quelli che comprano le Nike automaticamente credono nella democrazia e difendono i diritti umani. Non c’è dubbio che la classe media si sia indebolita ma i segni erano già evidenti, solo che la fabula ha impedito di notare le sfumature e le complicazioni.

 

Cosa fare? Dato per scontato che i protezionismi sono una inutile e reazionaria difesa, Calenda suggerisce delle linee guida: per esempio, non difendere per partito preso un’azienda solo perché italiana, ma intervenire se questa azienda è minacciata da fenomeni di dumping, ecco in quel caso i dazi bisogna applicarli, eccome. Perché segnalano che quel gioco è scorretto, ha fini speculativi.

 

Poi si è tutti d’accordo su un punto: questi argomenti riguardano il nostro modo di stare, di percepire e modificare il mondo in meglio e davvero non si capisce perché si sta avviando una campagna elettorale su temi totalmente marginali, qualcuno dice: temi populisti.

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