Ritorni di statalismo

Mediaset, La7, ma non solo. Perché la privatizzazione Rai è diventata tabù anche per i nemici della Rai

Luciano Capone

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Ritorni di statalismo

Roma. In un editoriale di sabato sul Corriere dal titolo “Statalismi di ritorno”, Francesco Giavazzi ha messo in fila i numerosi passi indietro e i mancati passi in avanti di questi anni sull’apertura del mercato. Dalle mancate liberalizzazioni alle finte privatizzazioni passando per le tentazioni protezioniste, il quadro descritto dall’economista della Bocconi è quello di una corsa di tutte le forze politiche a comprare consenso elettorale “a spese dei lavoratori e dei cittadini di domani”. Ieri, sempre sul Corriere, Angelo Panebianco ha ripreso il filo del discorso di Giavazzi osservando come in Italia la percentuale di elettori attratti da partiti illiberali sia rimasta la stessa degli anni Sessanta. C’è stata una fase, dopo la Prima Repubblica, in cui si era diffusa l’idea di lasciare spazio al libero mercato, ma “quella breve stagione sembra ora alle nostre spalle”, scrive il politologo.

 

Un esempio di come sia cambiato il contesto politico e di come la classe imprenditoriale si stia adattando al nuovo ambiente arriva sempre dal Corriere di ieri che pubblica un’intervista a Pier Silvio Berlusconi. Sul quotidiano di Urbano Cairo, che è anche il proprietario del terzo polo televisivo (La7), il vicepresidente di Mediaset parla del mercato televisivo e della natura anomala della tv di stato: “La Rai è rimasta un ibrido che vive di canone e di pubblicità – dice Berlusconi – falsa il mercato e sottrae risorse a un settore già in difficoltà come l’editoria”. Di qui la proposta: “Se percepisci un canone devi avere perlomeno un tetto molto stringente alla pubblicità”. La soluzione avanzata non è quella di togliere l’aiuto anticoncorrenziale del canone alla Rai, ma di lasciarlo in cambio di una riduzione della raccolta pubblicitaria, che naturalmente si riverserebbe sui concorrenti: Mediaset, La7 e gli altri.

 

La Rai ha già un tetto all’affollamento pubblicitario ed è proprio per questo che, nonostante Viale Mazzini e Cologno Monzese abbiano più o meno la stessa audience, Mediaset raccoglie dalla pubblicità più o meno il triplo della Rai (poco meno del 60 per cento contro il 20 per cento di tutto il mercato della pubblicità televisiva italiana). E’ su questo meccanismo fatto di “canone più tetto” che si poggia il duopolio televisivo: la Rai incassa meno pubblicità rispetto al suo share ma la sua rinuncia è più che compensata dal canone, Mediaset compete con un’azienda che percepisce il canone ma in cambio – grazie al tetto pubblicitario della Rai – incassa più pubblicità di quanta ne raccoglierebbe in una normale condizione di mercato. Una soluzione liberale prevederebbe per la Rai l’abolizione del tetto pubblicitario e la simultanea abolizione del canone, ma è una strada che non piace a nessuno dei due poli televisivi perché toglie protezione a entrambi.

 

La televisione è un esempio lampante di come sia cambiato il discorso pubblico rispetto ai limiti dello stato in economia e allo spazio da liberare a favore del mercato e della concorrenza. Nel 1995 i referendum liberali dei Radicali includevano il quesito sulla privatizzazione della Rai, che fu approvato dalla maggioranza degli elettori. Quel referendum non ha mai trovato attuazione, ma l’idea ha mantenuto una certa popolarità: il centrodestra e la Lega erano favorevoli alla cessione di alcuni canali della televisione pubblica, Matteo Renzi alla Leopolda proponeva di mettere sul mercato mezza Rai (sette canali inclusi Rai1 e Rai2), nel programma del M5s alle scorse elezioni c’era la vendita di due canali pubblici. Oggi nessuna forza propone di cedere al mercato pezzi della tv di stato. L’unico è il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che di recente ha dichiarato che “la Rai va privatizzata e va dato il canone a chiunque faccia progetti di servizio pubblico”. Ma è subito stato stoppato dal sottosegretario dem Antonello Giacomelli: “E’ un’idea personale di Calenda – ha dichiarato alla Leopolda – non condivido le privatizzazioni di asset strategici del paese altrimenti, come Calenda sa bene, bisogna poi ricorrere al golden power per limitare i danni”. La dichiarazione di Giacomelli da un lato mostra come sia cambiato in pochi anni lo spirito della Leopolda, dall’altro però indica come la scelta di Calenda di ampliare il golden power rischi di diventare un boomerang: la definizione di “asset strategico” è come una fisarmonica, si contrae ed estende in base al musicista. E in questa fase politica, se il “golden power” rafforzato finisce in mano a forze anti mercato, anziché il “liberismo pragmatico” si rischia di suonare lo “statalismo di ritorno”.

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