Amazon, sciopero sano

Perché lo stop dei lavoratori della multinazionale di Jeff Bezos riabilita uno strumento di confronto umiliato dai travet

25 Novembre 2017 alle 06:00

Amazon, sciopero sano

Amazon, sciopero dei lavoratori del magazzino di Castel San Giovanni (foto LaPresse)

Al di là della guerra di cifre tra impresa e sindacati, per Amazon questo Black Friday deve essere stato un venerdì nero in tutti i sensi. Se non altro perché il tema dello sciopero, proclamato dalle principali sigle sindacali, ha attirato a sé un’attenzione che spesso è riservata solamente ai grandi scioperi dei servizi pubblici e di trasporto. Scioperi che ben poco rappresentano la realtà delle relazioni industriali e che contribuiscono a costruire una immagine negativa dello strumento. Perché non tutti gli scioperi sono uguali.

  

E infatti quello dei lavoratori di Amazon non è importante solo per il clamore mediatico che ha generato. Lo è soprattutto perché ha rimesso al centro della discussione il tema delle relazioni industriali, e le relazioni industriali nella loro forma più tradizionale e genuina, sebbene in un settore produttivo che di tradizionale sembrerebbe avere ben poco. Senza entrare nei dettagli, i lavoratori da ormai un anno hanno chiesto all’impresa di avviare una piattaforma di contrattazione che potesse condurre a un contratto aziendale nel quale si rivedessero i salari, i bonus e altri elementi di regolazione del rapporto di lavoro. L’impresa non ha mai accettato l’avvio di questa discussione e i lavoratori hanno individuato il Black Friday come data nella quale esercitare, massimizzandola viste le vendite che ci si aspettava in questa giornata, la loro forza non lavorando. Starà all’azienda capire come muoversi adesso. 

  

L’aspetto più interessante riguarda il fatto che da questa vicenda emerge con forza un aspetto chiave del lavoro che sempre è stato oggetto di contrapposizione tra le parti: il rapporto tra sostenibilità e produttività del lavoro. La crisi ci aveva abituato a forme di contrattazione difensiva volte a salvaguardare più i posti di lavoro e la sopravvivenza delle imprese che altro. Ma in questo caso ampia parte delle rivendicazioni dei lavoratori si concentra (oltre che sugli aspetti salariali) sulle condizioni di lavoro richieste dall’impresa, condizioni che non vengono regolate dai contratti nazionali ma che possono essere normate dagli accordi aziendali contrattati tra le parti. Da un lato, quindi, l’esigenza di produttività da parte di imprese inserite in mercati molto competitivi, che sono sottoposte a richieste sempre più rapide e mutevoli da parte dei consumatori e insieme alla necessità di contenere i costi.

 

Dall’altro, l’esigenza dei lavoratori il cui lavoro deve essere sostenibile economicamente, fisicamente, psicologicamente e rispondere oggi a un sempre crescente insieme di desideri e volontà legate alla crescita professionale e alla conciliazione tra lavoro e tempo libero. Le relazioni industriali sono l’unica chiave che consente di tentare un equilibrio tra queste due esigenze non solo attraverso un compromesso ma tentando di costruire un accordo che connetta sostenibilità e produttività. In questo senso la volontà da parte dei lavoratori di avviare una discussione che possa portare a un contratto aziendale non può che essere un buon punto di partenza. Il sindacato si prende la responsabilità di giocare una partita non semplice. Se infatti la piattaforma per contratto aziendale si traducesse solo in richieste insostenibili, senza proposte di riorganizzazione del lavoro, di flessibilità salariale o altro, l’impresa potrebbe decidere di adottare forme di produzione che vedono una presenza minore di lavoratori: si tratta di un settore nel quale i tassi di automazione possono essere elevati e Amazon è avanguardia in questo.

   

La necessità è che imprese e sindacati capiscano come siano fondamentali i compromessi volti a raggiungere l’obiettivo comune della produttività. Ma l’obiettivo è comune solo se entrambi partecipano, le imprese contrattando con i lavoratori condizioni di lavoro e salari, i lavoratori accettando che la loro retribuzione sia più legata a quanto effettivamente prodotto. Che il sindacato abbia proposto la piattaforma non è per forza sintomo del fatto che sia pronto a questo tipo di cambiamento culturale, e forse le proposte fatte non sono abbastanza concilianti, ma è un primo passo. La mancata risposta dell’azienda invece sembra tradire un’idea dei rapporti tra le parti che non vede aspetti di convergenza, convinta che si possa procedere sempre e solo in maniera unilaterale. Posizione difficile da sostenere nell’epoca della complessità.

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