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Perché è tempo di cambiare paradigma, ora “medio è bello”

L’export di piccole e medie imprese arriva a 154 miliardi di euro, come l’intera industria spagnola e più di quella olandese

22 Novembre 2017 alle 11:26

Perché è tempo di cambiare paradigma, ora “medio è bello”

Foto Pixabay

Un tempo, neanche tanto remoto, economisti e sociologi esaltavano il piccolo è bello. Oggi è esattamente il contrario. L’impresa piccola è considerata assolutamente inadatta alla competizione globale. E, come conseguenza, poiché l’Italia ha molte piccole imprese, anche il nostro paese viene spesso definito inadatto a confrontarsi con il nuovo scenario iper-competitivo. Alcuni si spingono addirittura ad affermare che una delle cause della nostra molto dibattuta bassa crescita sono proprio le piccole imprese. In realtà, così come era sbagliato esaltarsi prima per il piccolo è bello è altrettanto sbagliato svalutarlo frettolosamente oggi. Intanto bisogna capire di che “piccolo” stiamo parlando in termini di addetti e fatturato. E poi non è detto che tutte le imprese piccole non funzionino. Così come è non è detto che vadano sempre bene le grandi. In realtà, ci sono delle piccole imprese flessibili e innovative che sono leader mondiali nei loro campi di attività e stanno rapidamente diventando medie. Così come vi sono invece grandi imprese appesantite e poco reattive che sui mercati mondiali appaiono spiazzate dai nuovi competitori. A loro volta spiccano per dinamismo e intraprendenza le medie imprese, detentrici di molti primati di nicchia a livello internazionale.

 


Export del settore industriale italiano per classi di impresa e confronti europei: anno 2015 (tra parentesi il numero degli addetti delle classi di impresa. Fonte: elaborazione Fondazione Edison su dati Eurostat)


 

Nel caso dell’export, per esempio, la banca dati Eurostat sulle esportazioni per settori e classi di impresa ci permette di capire un po’ meglio il nocciolo della questione. Innanzitutto, tale banca dati, aggiornata al 2015, evidenzia che l’export complessivo delle imprese italiane appartenenti all’industria è secondo per valore soltanto a quello tedesco. Nel 2015, anno che è già successivo alla crisi 2008-2013 e quindi fotografa una situazione molto attuale, le nostre imprese industriali hanno esportato beni per circa 326 miliardi di euro contro gli 842 miliardi delle imprese industriali tedesche. Seguono la Francia con 303 miliardi, il Regno Unito con 215 miliardi, la Spagna con 156 miliardi e l’Olanda (depurata di tutte le sue esportazioni di puro transito o legate al trading e alla logistica portuale) con 144 miliardi. Poiché nel 2016 e nel 2017 le vendite all’estero dell’Italia di prodotti industriali sono andate molto bene, è verosimile che il nostro paese abbia più che rafforzato il secondo posto che già deteneva due anni fa. Ed è perciò anche evidente che l’export non c’entra proprio nulla con la nostra bassa crescita economica. Per quanto riguarda la tipologia delle imprese esportatrici, l’Eurostat fornisce i dati di numerosità e di export per 4 classi di imprese: 1-9 addetti (che definiremo qui microimprese); 10-49 addetti (piccole imprese); 50-249 addetti (medie imprese); oltre 250 addetti (grandi imprese). Scopriamo così che su quasi 90mila imprese industriali italiane esportatrici, oltre 46mila sono microimprese con meno di 10 addetti. Un vero record, dato che l’Italia ne ha più della Germania, della Francia e dell’Olanda messe insieme. Nel 2015 le nostre microimprese industriali hanno esportato merci per soli 8 miliardi di euro. Molte di queste microimprese italiane sono esportatrici occasionali e meritoriamente in questi anni il ministero dello Sviluppo economico guidato da Carlo Calenda si è impegnato a stimolarne la vocazione al commercio anche favorendo l’utilizzo da parte loro di export manager in prova. I mercati mondiali non possono certamente essere conquistati con una miriade di microimprese che spesso esportano soltanto le proprie rimanenze di magazzino, essendo normalmente la loro attività principale quella di rifornire imprese italiane più grandi. Su questo punto non vi sono dubbi e perciò quante più microimprese diventeranno un po’ più grandi ed esportatrici stabili meglio sarà per noi.

 

Ma, attenzione, non è che l’Italia sia zavorrata dalle microimprese, come molti pensano. Infatti, anche togliendo dal computo totale le microimprese e considerando solo le imprese esportatrici con più di 10 addetti, l’Italia rimane saldamente seconda in Europa per export industriale con 318 miliardi di euro, dietro la Germania e davanti alla Francia. Occorre poi considerare il ruolo delle piccole e medie imprese italiane. In questo caso, “piccolo” oggi non è più certamente sinonimo di “bello”, ma non è nemmeno necessariamente sinonimo di “brutto”, anche se “medio” è sicuramente meglio. Infatti, nel complesso le imprese industriali italiane da 10 a 49 addetti hanno esportato nel 2015 beni per 51 miliardi di euro, cioè più di tutte le piccole imprese tedesche, francesi e spagnole messe insieme (50 miliardi) o più di quanto abbia esportato l’intera industria della Finlandia (44 miliardi). Tra le nostre piccole imprese, secondo ulteriori disaggregazioni fornite dall’Istat relativamente al solo settore manifatturiero, risulta che 15 miliardi circa sono stati esportati da imprese con 10-19 addetti e oltre 35 miliardi da imprese con 20-49 addetti. Solo queste ultime nostre piccole imprese di dimensioni un po’ più grandi esportano più o meno come l’intera industria del Portogallo (37 miliardi). A loro volta le nostre imprese industriali medie con 50-249 addetti hanno esportato nel 2015 beni per 103 miliardi di euro, cioè più dell’intera industria dell’Austria (94 miliardi). Sommando tutte le piccole e medie imprese da 10 a 249 addetti, l’export industriale italiano arriva alla significativa cifra di 154 miliardi di euro, vale a dire è grosso modo uguale a quello dell’intera industria della Spagna (156 miliardi) e superiore all’export dell’industria dell’Olanda (144 miliardi). Dunque il piccolo non-micro e il medio assieme sono tutt’altro che una debolezza dell’industria italiana. Si consideri poi che le nostre imprese grandi (che per la maggior parte, in realtà, sono medio-grandi con meno di 1000 addetti) hanno esportato nel 2015 beni per 164 miliardi, cioè più dell’intera industria spagnola. E si capisce perché l’Italia con il suo parco di oltre 22mila imprese esportatrici da 20 a 1000 addetti se la cava benissimo nel commercio estero anche senza avere la moltitudine di grandi gruppi industriali della Germania. In definitiva, non è colpa dei “piccolo” se ci mancano le grandi multinazionali o se abbiamo perso nel corso dei decenni quelle poche che avevamo (Olivetti, Ferruzzi, Montedison, ecc.). E’ però certamente merito delle imprese medio-piccole, medie e medio-grandi se abbiamo la quinta migliore bilancia commerciale manifatturiera a livello mondiale. Medio è bello, dunque. E lo sarà ancora per molto tempo.

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