Visco non può liquidare una revisione interna a Bankitalia

Perché credibilità e autorevolezza della Banca centrale sono “patrimonio” di cui l’“Italia” non può fare a meno

2 Novembre 2017 alle 15:06

Visco non può liquidare una revisione interna a Bankitalia

Foto LaPresse

La tormentata nomina di Ignazio Visco a governatore della Banca d’Italia per i prossimi sei anni spegne, sul tema, le polemiche del momento, ma lascia irrisolti i nodi di fondo della vicenda. Lo spettacolo che si è allestito sulla riconferma o non riconferma del principale inquilino di Palazzo Koch, tra le tante, ove mai ve ne fosse stato bisogno, ha reso ancora più evidente quale sia il livello di insensibilità e/o di noncuranza degli interessi del paese di vasti settori della politica rispetto a contingenze del momento e calcoli di convenienza elettorale. Sconcertante la disinvoltura con cui si è finto di non percepire il grado attenzione degli osservatori internazionali al suddetto spettacolo, con le inevitabili ricadute sulla reputazione del paese. Sorprendente, nel contempo, la “disattenzione” rispetto a dati di diffusa cognizione. Credibilità e autorevolezza della Banca centrale sono “patrimonio” di cui l’“Italia” non può fare a meno, soprattutto in un contesto in cui, sistemi economici, assetti e mercati, sempre più speculativi, percepiscono l’instabilità istituzionale come indizio di endemica debolezza. Le vicende degli ultimi giorni hanno fatto mettere “sotto le lenti”, e sottoposto a dura prova, la tenuta del “patrimonio” a cui si è fatto sopra cenno. Necessario, perciò, preservarlo, sottraendo, per quanto possibile, alle fazioni più irresponsabili della politica titoli per intervenire, a cadenza, sul governo dell’Istituzione. Il che può farsi adottando, per la nomina e durata in carica del suo massimo esponente, la regola vigente per la Banca centrale europea: un unico mandato per otto anni. Non più, dunque, incarico a termine con riconferma, ma, visti i tempi, un monomandato di durata predefinita, condizione, quest’ultima, insopprimibile, per garantire l’autonomia, nella pienezza del termine, di chi viene posto al timone, salvo il giudizio ex post sull’operato.

 

Non meno necessaria e urgente la riforma di Via Nazionale. Con la perdita, a favore della Bce, del ruolo di Istituto di emissione, dei poteri in materia di politica monetaria, e, in grossa parte, della vigilanza bancaria, funzioni e compiti della Banca d’Italia risultano, oggigiorno, incontrovertibilmente ridimensionati. Vero è che essa è chiamata a rendere operative nel paese, in tutto e/o in parte, le decisioni di Francoforte sui temi di cui innanzi e, in più, a vigilare sulle banche di minori dimensioni; altrettanto indiscutibile, però, è che detti compiti e mansioni non più giustificano, tout court, la sopravvivenza di assetti, strutture e organici, in buona parte, ancora di un lontano passato.

 

Saggia la decisione, se adottata, dell’autoriforma dell’Istituzione, per scelta dei suoi attuali organi di governo. Così operando si persegue il doppio obiettivo di farne definire e calibrare i nuovi assetti, e connesse funzioni, da coloro che hanno profonda ed esauriente conoscenza di quello che c’è e non è più da fare e che, perciò, sono nelle condizioni di identificare le soluzioni più appropriate della delicata materia, sottraendola, così, a ogni ingerenza di (talvolta arrembanti) parti e fazioni politiche.

 

Sotto gli occhi di tutti che la messa a fuoco del disegno sopra descritto fa emergere anche problemi di organici, di certo attualmente sovraffollati, e, pur tuttavia, da gestire con equilibrio e saggezza. Il capitale umano, costituito dal personale della Banca d’Italia, per competenze, formazione e rigore, è anch’esso patrimonio prezioso da non dissipare. Perciò va utilizzato, per quanto possibile, guardando alle necessità del paese, preservandolo anche come scuola di alta amministrazione. Da qui l’idea di ravvisare nelle forze in sovranumero, rispetto ai nuovi assetti, non fastidiosi esuberi, ma “risorse” da impiegare laddove se ne ravvisa l’utilità, anche a supporto, a vari livelli, delle strutture amministrative, non sempre efficienti, degli Enti territoriali e delle loro articolazioni, e destinandone parte a centro stabile di formazione delle future classi dirigenti del paese.

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