La disuguaglianza globale è in forte declino, ma la notizia non piace

Luciano Capone

Sembra paradossale ma negli anni della globalizzazione e del liberismo selvaggio c’è stata una rivoluzione senza precedenti che ha reso il mondo più ricco e più uguale

Roma. Negli ultimi 25-30 anni, quelli della globalizzazione e del liberismo selvaggio, c’è stata una rivoluzione silenziosa senza precedenti che ha reso il mondo molto più ricco e più uguale. Sembra paradossale, perché la narrazione di questa epoca di grande trasformazione globale è quella di un mondo devastato da disuguaglianze crescenti, in cui “i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sono sempre più poveri”. E’ un racconto che ha una certa presa e anche un suo fascino, soprattutto nei paesi sviluppati e dopo un lungo periodo di crisi e stagnazione. Ma è falso. Nella realtà è accaduto l’esatto contrario: secondo i dati della Banca mondiale negli ultimi decenni la percentuale della popolazione che vive in condizioni di povertà estrema è crollata dal 36,4 per cento nel 1990 al 14,5 per cento del 2011. E’ la più grande riduzione della povertà nella storia dell’umanità, che rende meglio l’idea se si guarda ai numeri assoluti: oltre 1 miliardo di poveri in meno. La verità è che i poveri sono sempre più ricchi (o meno poveri, a seconda dai punti di vista) e anche più uguali (o meno disuguali) ai ricchi.

  

Quando si parla della disuguaglianza globale, tutti hanno in mente le classifiche di ong come Oxfam che ogni anno ripete che 100, 50 o 10 paperoni (sempre meno) possiedono la stessa ricchezza di 3-4 miliardi di persone. Ma si tratta di cifre un po’ confuse e un po’ sballate, come ha spiegato più volte il Foglio, che trovano ampio spazio sui giornali solo perché scioccanti e in linea con la narrazione di un mondo sempre più disuguale. Ciò che invece i media ignorano completamente sono gli studi seri, che ci dicono che la disuguaglianza è in forte e continuo calo. L’ultimo è quello del Fondo monetario internazionale dal titolo “Tackling inequality” (Fronteggiare la disuguaglianza). In realtà in questi giorni il report del Fondo è stato molto citato dagli organi di informazione, per dire che in alcuni paesi sviluppati la disuguaglianza è in aumento, ma stranamente gli stessi hanno ignorato lo scenario più grande: “La disuguaglianza è diminuita sostanzialmente negli ultimi tre decenni. Questo declino riflette la convergenza dei redditi tra economie avanzate e in via di sviluppo, aiutata dalla globalizzazione e dal progresso tecnologico”. La disuguaglianza globale dei redditi, misurata con l’indice di Gini, è calata in trent’anni di circa 6 punti, passando dallo 0,68 allo 0,62. Il Fmi fa riferimento ai dati degli studi di economisti come Branko Milanovic o Tomas Hellebrandt e Paolo Mauro. E questa discesa è destinata a proseguire: “Si prevede che la tendenza decrescente della disuguaglianza globale continuerà”. Sulla base delle proiezioni delle principali organizzazioni internazionali sull’aumento della popolazione e sulla crescita economica, secondo il Fmi il coefficiente che misura la disuguaglianza globale calerà di altri 3 punti da qui al 2035.

   

Cos’è accaduto? Durante l’Ottocento e il Novecento, nella prima fase della globalizzazione definita dalla rivoluzione industriale, la disuguaglianza è aumentata per l’incredibile salto in avanti dell’occidente capitalista, è quel fenomeno che il premio Nobel per l’economia Angus Deaton ha definito in un libro di successo “La grande fuga” (dalla miseria). Negli ultimi trent’anni, invece, i paesi in via di sviluppo – in particolare Cina e India, ma anche tanti altri – hanno rapidamente recuperato il terreno perduto: questa seconda fase della globalizzazione, caratterizzata dalla rivoluzione delle comunicazioni (Ict), è stata battezzata dall’economista Richard Baldwin in un altro interessante libro “La grande convergenza”. Per avere un’idea di cos’è accaduto basta considerare che la quota di reddito globale detenuta dai paesi del G7, dal 1820 al 1990 è salita dal 20 al 70 per cento. Da allora, negli ultimi 30 anni, è crollata vicino al 40 per cento, dove era all’inizio del Novecento. Se questa rivoluzione globale, egualitaria e capitalista è tanto grande quanto silenziosa è anche perché nessuno la racconta.

  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali