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Più mercato meno mercantilismo

Come fa il signor Mauguin a vedere una perdita nazionale dove c'è profitto? Assurdità del protezionismo

8 Ottobre 2017 alle 06:00

Più mercato meno mercantilismo

Trieste nel 1885 (foto via Wikimedia)

Frédéric Bastiat è un economista francese vissuto nella prima metà dell’Ottocento, impegnato in una battaglia politica e intellettuale a favore del libero commercio e contro i protezionisti dell’epoca.

 
Ogni venerdì il Foglio pubblica uno dei suoi “scritti” sofismi economici” più significativi, accompagnato da un commento che ne spiega l’attualità.


  

Sappiamo di cosa si tratta: se un paese importa più di quanto esporti, perde la differenza. Al contrario, se le sue esportazioni superano le sue importazioni, il surplus costituisce profitto. Questo è considerato un assioma, e le leggi vengono approvate in accordo a esso.

  

Sulla base di quest’ipotesi, il sig. Mauguin (François, avvocato e politico, ndr) ci ha messo in guardia l’altro giorno citando statistiche, che la Francia ha un commercio estero che le causa, contro ogni buona intenzione, senza che le si richieda niente di tutto ciò, perdite per duecento milioni di franchi all’anno. “Grazie al tuo commercio, in undici anni, hai perso due miliardi di franchi. Capisci cosa significa?”. Dopo di che, applicando la sua infallibile regola ai fatti, ci disse: “Nel 1847 avete venduto prodotti manifatturieri per 605 milioni di franchi, comprando beni per soltanto 152 milioni. Dunque, avete guadagnato 450 milioni. Avete comprato beni intermedi per 804 milioni e ne avete venduti per 114 milioni; dunque, avete perso 690 milioni”.

 

Questo è un esempio dell’impavida ingenuità di seguire una premessa assurda fino alla sua logica conclusione. Il signor Mauguin ha scoperto il segreto per far sì che persino i signori Darblay (Auguste Adolphe, industriale e deputato, ndr) e Lebeuf (Louis, banchiere e politico protezionista, ndr) deridessero la bilancia commerciale. E’ un grande risultato, del quale non posso che essere geloso.

  

Permettetemi di giudicare la validità della regola in base alla quale il sig. Mauguin e tutti i protezionisti calcolano i profitti e le perdite. Farò ciò raccontandovi di due transazioni economiche che ho avuto l’occasione di intraprendere.

  

Ero a Bordeaux, avevo una botte di vino del valore di 50 franchi. L’ho mandata a Liverpool e la dogana ha segnato nei suoi registri esportazioni per 50 franchi. A Liverpool il vino è stato venduto per 70 franchi. Il mio rappresentante ha convertito i 70 franchi in carbone, che sul mercato di Bordeaux valeva 90 franchi. La dogana a quel punto si è affrettata a segnare un’importazione di 90 franchi. Saldo commerciale, ovvero l’eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni: 40 franchi.

  

Questi 40 franchi, ho sempre creduto così, basandomi sulla fiducia che ripongo nei miei libri, li avevo guadagnati. Ma il sig. Mauguin mi dice che li ho persi e che la Francia li ha persi nella mia persona.

  

E perché allora il sig. Mauguin ci vede una perdita? Perché suppone che ogni eccesso di importazioni sulle esportazioni implichi necessariamente un saldo che deve essere pagato in contanti. Ma dove sta, nella transazione che ho appena descritto, fedele allo schema di tutte le transazioni commerciali profittevoli, il saldo da pagare? E’ così difficile da capire che il mercante confronta i prezzi correnti in diversi mercati e poi decide di commerciare soltanto laddove ha la certezza, o almeno la probabilità, di riavere il valore dell’esportazione maggiorato? Per questo, ciò che il sig. Mauguin chiama “perdita” dovrebbe essere chiamato “profitto”.

   

Un paio di giorni dopo la mia transazione me ne sono pentito. Mi è dispiaciuto non avere aspettato. Infatti, il prezzo del vino è diminuito a Bordeaux e aumentato a Liverpool; quindi se non fossi stato così frettoloso, avrei potuto acquistare a 40 franchi e vendere a 100. Credevo fermamente che su questa base il mio profitto sarebbe stato maggiore. E invece apprendo dal sig. Mauguin che sarebbe stata la mia perdita a essere superiore.

  

La mia seconda transazione ha avuto un risultato molto diverso. Avevo ordinato dei tartufi da Périgord che mi erano costati 100 franchi; erano destinati a due importanti ministri inglesi a un prezzo molto elevato, che proposi di convertire in sterline. Ahimè, avrei fatto meglio a mangiarli io (intendo i tartufi, non le sterline o i due Tories). Non sarebbe stato tutto perduto, come invece è stato, se la nave che trasportava i tartufi non fosse affondata subito dopo aver lasciato il porto. L’ufficiale della dogana, che in quest’occasione aveva annotato un’esportazione per 100 franchi, stavolta non aveva nessuna importazione da inserire.

  

Dunque, direbbe il sig. Mauguin, la Francia ha guadagnato 100 franchi; infatti, di questa somma le esportazioni, grazie al naufragio, hanno superato le importazioni. Se l’affare si fosse concluso diversamente, se avessi ricevuto il valore di 200 o 300 franchi in sterline, allora il saldo commerciale sarebbe stato sfavorevole, e la Francia ci avrebbe perso.

  

Dal punto di vista della scienza, è triste pensare tutte le transazioni commerciali che finiscono con una perdita per l’imprenditore interessato sono invece considerate un profitto da parte della classe dei teorici che è sempre impegnata a declamare contro la teoria. Ma dal punto di vista degli affari pratici, non è forse anche più triste per ciò che implica il risultato? Supponiamo che il sig. Mauguin abbia il potere (e fino a un certo punto ce l’ha, attraverso i suoi voti) di sostituire i suoi calcoli e il suo volere con i calcoli e il volere degli imprenditori, e di dare al paese, secondo le sue parole, “una buona organizzazione commerciale e industriale, un buon impulso all’industria nazionale”. Cosa farebbe costui? Il sig. Mauguin vieterebbe per legge tutte le transazioni che consistono in comprare a un prezzo interno basso per vendere a un prezzo estero più alto, e in convertire i proventi in merci fortemente ricercate in patria; poiché proprio in queste transazioni il valore importato supera il valore esportato.

  

Al contrario egli tollererebbe, e, certamente, incoraggerebbe, se necessario attraverso sussidi (ovvero attraverso maggiori imposte generali), tutte le imprese basate sull’idea di comprare a caro prezzo in Francia per poi rivendere all’estero a un prezzo inferiore. In altre parole, esportando ciò che ci è utile e importando quel che non ci serve. Perciò, egli ci lascerebbe del tutto liberi, per esempio, di mandare formaggi da Parigi ad Amsterdam, per poter riportare indietro le ultime tendenze da Amsterdam e Parigi. In questo scambio, il saldo commerciale ci sarebbe sempre favorevole.

  

E tuttavia è triste e, mi permetto di aggiungere, degradante che il legislatore non lasci che le parti interessate decidano e agiscano indipendentemente in questioni come queste, a proprio rischio e pericolo. Almeno in questo modo ognuno sarebbe responsabile delle proprie azioni; colui che sbaglia verrebbe punito e indirizzato nel verso giusto. Ma quando il legislatore impone e proibisce, dovesse compiere un mostruoso errore di giudizio, quell’errore diverrebbe la regola di condotta dell’intera nazione. In Francia amiamo assai la libertà, ma la capiamo ben poco. Oh, lasciateci provare a capirla meglio! Non l’ameremmo certo di meno.

   

Il sig. Mauguin ha dichiarato con imperturbabile calma che in Inghilterra non c’è un solo uomo di stato che rifiuti la dottrina della bilancia commerciale. Dopo aver calcolato la perdita che, secondo lui, risulterebbe dagli eccessi delle nostre importazioni, ha esclamato: “Se un quadro simile fosse presentato agli inglesi trasalirebbero, e non c’è un solo membro della Camera dei Comuni che non sentirebbe minacciato il proprio seggio”.

 

Da parte mia, sostengo che se qualcuno alla Camera dei Comuni dovesse dire: “Il valore totale delle esportazioni del paese supera il valore totale delle importazioni”, sarebbe allora che si sentirebbero minacciati; e dubito che ci sarebbe anche un solo membro del parlamento che oserebbe aggiungere: “La differenza costituisce un profitto”.

  

In Inghilterra sono convinti che sia importante per la nazione ricevere più di quanto si dia. Per di più, hanno osservato che questa è la tendenza di tutti gli imprenditori ed è per questo che hanno preso le difese del laissez faire e che si stanno impegnando a ripristinare il libero commercio.

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