Così Bruxelles alimenta conflitti dentro l'Europa e con gli Stati Uniti

Contraddizioni e rischi dell'euro-interventismo su Amazon&Co.

7 Ottobre 2017 alle 06:13

Così Bruxelles alimenta conflitti dentro l'Europa e con gli Stati Uniti

foto LaPresse

L’interventismo della Commissione europea, che ha richiesto al Lussemburgo di recuperare da Amazon un illegittimo “aiuto di Stato” di natura fiscale, ripercorre uno schema già sperimentato con Apple Irlanda, i cui effetti potrebbero rivelarsi disastrosi: allontanare ancor più una soluzione complessiva e concordata al tema della tassazione delle multinazionali dell’era digitale. Prima di spiegare il perché, occorre descrivere in sintesi la vicenda oggetto di contestazione, che riguarda un tax ruling, cioè un accordo preventivo pluriennale concesso dal fisco lussemburghese a due società del gruppo Amazon operanti nel granducato. Una di queste è un’impresa di gestione delle attività europee del gruppo, con 500 dipendenti, soggetta a imposte in Lussemburgo; l’altra, una partnership senza strutture operative i cui utili sono tassati esclusivamente in capo ai soci americani: quest’ultima era titolare dei diritti di proprietà intellettuale per l’Europa, concessi in licenza alla società di gestione. L’accordo contestato prevedeva che le royalties pagate dalla prima alla seconda società a fronte dell’utilizzo della proprietà intellettuale fossero fissate in misura tale – secondo la tesi della Commissione – da alterare una corretta ripartizione degli utili intragruppo, sottraendone una cospicua parte alla tassazione lussemburghese. Da qui l’accusa di aver concesso ad Amazon un aiuto di Stato, sotto forma di sgravio fiscale selettivo, e la conseguente richiesta di recupero delle imposte stimate dalla Commissione sui minori costi per royalties che la società operativa in Lussemburgo avrebbe dovuto registrare attenendosi a parametri di mercato. Un’azione di questo genere solleva molti interrogativi. Anzitutto, se è vero che una misura di sgravio fiscale selettiva costituisce un aiuto di Stato illegittimo, la Commissione qui sembra spingersi molto in avanti, intervenendo su un tema opinabile (il valore di mercato delle royalties intragruppo) di solito gestito dai due Stati in cui risiedono le società del gruppo tra cui avviene la transazione. Nella fattispecie le due società erano formalmente entrambe lussemburghesi, ma di fatto, stante la natura “trasparente” di quella destinataria delle royalties e la tassazione delle stesse negli Stati Uniti, è in gioco una questione di fiscalità internazionale e di transfer pricing.

 

Il fisco americano potrebbe infatti non concordare sulla rideterminazione degli imponibili effettuata dalla Commissione, anzi secondo il Financial Times vi sarebbe già una richiesta americana alla partnership lussemburghese di riversare parte delle royalties al socio statunitense. La mossa della Commissione rischia dunque di intromettersi in un rapporto di natura bilaterale tra due Stati interessati da un flusso reddituale transnazionale producendo gli stessi effetti di un elefante in una cristalleria, con doppia imposizione degli stessi utili che sarebbero tassati – se fosse dato corso alla richiesta di recupero dell’aiuto di Stato – sia in Europa (in Lussemburgo) che negli Stati Uniti. In secondo luogo, la richiesta della Commissione europea riconosce il diritto del Lussemburgo, sede delle operazioni Amazon per il nostro continente, di tassare gli utili derivanti dalle vendite negli altri Stati europei, spiazzando così e ponendosi in contraddizione con le iniziative accertative intentate da alcune amministrazioni, come ad esempio accaduto in Italia con il caso Google e l’accertamento nel nostro paese di una stabile organizzazione occulta. Riconoscendo che gli utili delle operazioni europee dovevano essere tassati presso la società di gestione lussemburghese (per la Commissione “la società di gestione era l’unica ad adottare le decisioni e a svolgere di fatto le attività legate al commercio al dettaglio di Amazon in Europa”), la Commissione si sovrappone a tali iniziative accertative, rischiando anche qui di produrre plurime imposizioni dello stesso reddito.

 

Non solo: l’iniziativa della commissaria Margrethe Vestager contraddice la tesi, di recente avanzata in sede europea e da alcuni Stati membri, secondo cui le multinazionali americane operanti in Europa dovrebbero essere tassate negli Stati di sbocco dei prodotti, facendo coincidere il luogo di svolgimento dell’attività con quello in cui è situato il mercato della clientela. Il comunicato della Commissione afferma l’esatto opposto: e cioè che tali attività erano condotte e andavano tassate in Lussemburgo, cioè nel luogo in cui la società aveva sede. D’altra parte pare evidente che la decisione della “Guardiana dei trattati” inasprirà ancor più i rapporti con gli Stati membri (Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, etc.), allontanando la prospettiva di una soluzione concertata a livello continentale. Last but not least, l’iniziativa non aiuterà un’intesa globale sul tema con gli Stati Uniti: potrebbe innescare delle ritorsioni, oltre a spingere le multinazionali americane a rivedere i loro piani di sviluppo in Europa rimpatriando parte delle loro strutture logistiche, caso mai non bastasse l’annunciata riduzione della corporation tax americana.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    07 Ottobre 2017 - 17:05

    Ottime argomentazioni. Oltre ciò, spesso in su alcuni media si rappresenta il particolare che tali società sono tutte americane e non ce ne sia nessuna europea, come se ciò fosse colpa di tali società e non di altri fattori quali l'indubbio ritardo nelle armonizzazioni, fiscali e normative dell'UE. Ritardi che hanno scoraggiato il sorgere di imprese simili ad Amazon, Google, Apple, ecc.

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