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Europa, open for business

Redazione

Crescono investimenti e compravendite, altra smentita agli euroapocalittici

L’Europa ha tradizionalmente giocato un ruolo di seconda scelta rispetto al mercato americano per operazioni di acquisizione e fusione in termini di numero di accordi e di capitali investiti. Ora il divario si sta riducendo. L’acuta incertezza macroeconomica e politica negli Stati Uniti ha motivato uno spostamento degli investimenti verso l’Europa che è diventata la destinazione preferita rispetto alla regione dell’Asia-Pacifico, come non accadeva da tre anni, grazie a una serie di accordi del valore di 440 miliardi di dollari solo nei primi sei mesi quest’anno. I manager di aziende multinazionali hanno ritrovato fiducia verso il mercato europeo al punto da considerare operazioni ambiziose in Italia, Francia, Germania e Spagna. Solo un anno fa le prospettive per l’Europa erano fosche sotto diversi punti di vista. Quando il popolo britannico aveva votato per lasciare l’Unione europea, giugno 2016, gli analisti prevedevano una brusca interruzione del momento positivo delle compravendite europee. Un sentimento che era accentuato dalla possibile vittoria elettorale di partiti nazionalisti e protezionisti, poi sconfitti in Olanda e in Francia. Il miglioramento delle condizioni economiche in Eurozona, cresciuta del 3,6 per cento dall’inizio degli stimoli della Banca centrale europea nel 2015, ha contribuito a rasserenare il clima per gli investimenti. Alcuni paesi più colpiti dalla crisi hanno registrato, nell’ultimo anno, un aumento di transazioni e volumi degli accordi: Spagna (più 157 per cento, per 53 miliardi di dollari), Italia (più 35 per cento, per 39 miliardi), Francia (più 17 per cento, a 74 miliardi), rileva Thomson Reuters. Grandi deal tra società europee – gli ultimi Luxottica-Essilor, Autostrade-Abertis – possono essere interpretati come il segnale di poter riuscire a creare campioni continentali capaci di resistere agli appetiti dei concorrenti, in primis della vorace Cina. Le società cinesi hanno intanto ridotto l’intensità delle acquisizioni in Europa, causa le restrizioni governative sui capitali in uscita, in quella che sembra però una pausa temporanea.

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