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Contrordine compagne, gli stipendi più alti sono quelli delle donne

Negli Stati Uniti le top manager guadagnano più dei loro colleghi maschi, dice un'indagine del Wall Street Journal

1 Giugno 2017 alle 14:37

Contrordine compagne, gli stipendi più alti sono quelli delle donne

Foto Pixabay

Le top manager americane ricevono uno stipendio maggiore di quello dei loro colleghi maschi: è il primo caso di divario salariale che ha il sapore della vittoria e non del regresso socio-culturale. Una "inversione straordinaria", scriveva ieri il Wall Street Journal, che titolava "sebbene siano di meno, le CEO guadagnano più dei capi maschi", riportando i risultati dell'analisi annuale che il quotidiano conduce, ormai da quasi un trentennio, sugli stipendi nelle cinquecento aziende a maggiore capitalizzazione del paese, il cui andamento è seguito dall'indice S&P 500, il più importante del mercato statunitense.

  

Nel 2016, ventuno amministratori delegati donne hanno percepito uno stipendio mediano di 13,8 milioni di dollari, mentre 382 colleghi uomini hanno portato a casa 11,6 milioni. È importante fare attenzione a quel "mediano": in statistica, la mediana è il valore centrale dei dati numerici, mentre la media - che siamo più abituati a sentire - è il rapporto tra la somma dei dati numerici e il numero dei dati. La notizia è inaspettata solo per chi crede davvero che il sessismo sia in grande spolvero (come fa il Guardian, che ogni settimana, da quando Trump è presidente, raccoglie i segnali del rinvigorimento patriarcale occidentale e li invia ai suoi lettori tramite la newsletter "A week in patriarchy" - appunto).

  

In verità, sebbene l'obiettivo di un equal pay generalizzato sia ancora lontano dall'essere raggiunto, da tempo esso colleziona importanti traguardi in sua direzione. A settembre dello scorso anno, ancora il Wall Street Journal segnalava che il gap salariale tra donne e uomini aveva raggiunto il minimo storico e ricordava anche che tra le cause del fenomeno, che in America è sempre stato piuttosto considerevole, la discriminazione era un fattore molto meno rilevante di quello rappresentato dall'anzianità lavorativa (oggi, i ventenni e trentenni maschi non guadagnano molto di più delle loro coetanee: la sperequazione è parecchia soprattutto tra ultracinquantenni maschi e rispettive coetanee). Questo ci ricollega a quanto, nell'articolo di ieri, il WSJ evidenziava: le donne che arrivano al vertice sono sempre vecchi acquisti delle aziende, persone che hanno impiegato anni ad arrivarci. Difficilmente, una donna viene assunta con un ruolo dirigenziale: deve conquistarselo partendo da molto più in basso, in una corsa a ostacoli particolarmente faticosa.

  

"Queste donne devono essere eccezionali", ha dichiarato Heidi Hartman, presidente dell'istituto di ricerca sulle politiche femminili. Pertanto, se la percentuale di donne alla guida delle società e delle aziende più o meno prestigiose, è ancora incredibilmente bassa, si deve anche al fatto che, per loro, il percorso è assai più accidentato e arduo. Questo nonostante gli ottimi risultati che le aziende a leadership rosa conseguono: rimanendo all'indice S&P 500, il ritorno delle aziende con CEO donne, lo scorso anno, ha superato di più di tre punti percentuali quello delle concorrenti capitanate dagli uomini (il sorpasso è stato registrato tre volte negli ultimi cinque anni, anche se con percentuali diverse). Delineato il contesto e denunciati gli immancabili limiti, il passo in avanti è innegabile. Nel libro "La salvezza del mondo", pubblicato lo scorso anno da Castelvecchi, l'autrice Paola Diana scrive che "una femminista si batterebbe anche per i diritti degli uomini, se fossero discriminati dalle donne". Se mai dovesse accadere (ma non accadrà) che a subire il gender gap finiscano i maschi, sappiamo chi correrà in loro soccorso.

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