(foto LaPresse)

Rischio Alitalia

Alberto Brambilla

Fiumi di dipendenti spingono per il fallimento della compagnia aerea. Lo stato non farà da salvagente: “È un suicidio di massa”

Roma. Dopo anni di cattiva gestione, la fase finale dell’Operazione tracollo di Alitalia l’hanno decisa i dipendenti della compagnia aerea. I sindacati affermano che la proposta di riduzione del personale e dei costi necessaria affinché i soci e i creditori continuino a finanziare l’azienda in costante crisi di liquidità è stata respinta. Ma il governo stavolta non intende offrire soccorso con denaro pubblico. Alitalia sembra dunque diretta verso un commissariamento dalle conseguenze imprevedibili per il trasporto aereo nazionale. I 12.500 lavoratori Alitalia, tra personale di terra e navigante, hanno avuto quattro giorni per approvare o respingere un piano di tagli al personale e agli stipendi migliorativo rispetto a quanto precedentemente offerto dall’azienda: 980 dipendenti a tempo indeterminato in cassa integrazione anziché 1.338, riduzione dello stipendio per il personale navigante del 16/17 per cento anziché del 30. La proposta è stata respinta con maggioranza rilevante negli scali del nord Linate (698 no, 153 sì) e Malpensa (278 no, 39 sì). “È un suicidio di massa”, dice un sindacalista che pretende l’anonimato. “Ha prevalso la rabbia, ma ora è il baratro”.

 

Il risultato è ancora incerto ma il comportamento dimostrato fin qui dai lavoratori è difficile da comprendere usando la categoria della razionalità, secondo alcuni analisti. “I lavoratori che hanno votato no non hanno capito che il pre-accordo con un taglio di appena 980 unità a terra e di appena l’8 per cento degli stipendi dei piloti sarebbe stato un vero affare, in quanto il costo dell’esubero non eliminato con il pre-accordo sarebbe stato caricato sulle banche e sullo stato”, dice Riccardo Gallo, docente di Economia industriale alla Sapienza di Roma, ricordando che avrebbero goduto di quattro anni di ammortizzatori sociali all'80 per cento dello stipendio. Secondo Ugo Arrigo, docente di Scienza delle Finanze all’Università Bicocca di Milano, i lavoratori invece hanno compreso che non ci sarebbe stato futuro nonostante i tagli proposti e hanno preferito non di prolungare l’agonia. “Tra male minore e peggiore, hanno scelto il secondo”.

Il nuovo piano industriale non avrebbe risolto il guaio originale di Alitalia che è troppo inefficiente per riuscire a competere con i grandi vettori internazionali sul lungo raggio e troppo grande per potere battere le compagnie low cost che si sovrappongono ad alcune sue rotte nazionali ed europee.

 

La scorsa settimana il ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, aveva negato la possibilità di un salvataggio pubblico per cercare di spingere i lavoratori verso un sì convinto al referendum. “Non ci sono alternative, lo stato non interverrà più”, disse. Calenda ha ribadito al Messaggero che un soccorso pubblico è proibito in quanto considerato aiuto di stato dalla Commissione europea. Secondo il ministro, l’unico piano possibile, in caso di collasso, è quello offerto dai soci e dalle banche creditrici e azioniste, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Per settimane le due maggiori banche nazionali sono state recalcitranti a mettere capitali in un’azienda che negli ultimi tre anni ha perso 1 miliardo di euro. Il miglioramento della performance di Alitalia promesso dalla compagnia emiratina Etihad che entrò nel 2014 per rilanciarla non ha funzionato.

 

Tuttavia la convinzione che lo stato non aiuterà Alitalia non sembra avere avuto presa tra i lavoratori ai quali è stata fatta intravvedere una via di uscita quando Invitalia ha offerto garanzie per 300 milioni di euro in occasione dell’approvazione futura di un aumento di capitale da 1,5 miliardi offerto dai soci. “E’ forse stato un errore strategico”, ammettono fonti governative.
I lavoratori iscritti a sigle che avevano firmato il pre-accordo sono 7.500 su 12.500, più della metà, ma i sindacati confederali non sono riusciti a convincerli fino in fondo a votare sì dimostrando di avere perso aderenza con le maestranze. La sensazione è che le sigle dei sindacati di base, che rappresentano la manodopera aeroportuale, hanno lavorato all’opposto propagandando la possibilità di un soccorso pubblico attraverso una inevitabile nazionalizzazione. Ma il no a cosa porta? L’unica prospettiva che si può aprire, in questo scenario non ancora chiaro, è quella del commissariamento attraverso la procedura di amministrazione straordinaria che il consiglio di amministrazione di Alitalia dovrà chiedere al ministero dello Sviluppo economico che quindi provvederà a nominare uno o più commissari deputati a gestire l’azienda nei prossimi sei mesi e poi vendere gli asset sani, nella migliore delle ipotesi, per ristorare i creditori. Alitalia perde 2 milioni di euro al giorno, secondo fonti governative. E’ dunque difficile che possa proseguire in queste condizioni. Nelle scorse settimane indiscrezioni dal mondo finanziario milanese riferivano di un possibile interessamento del colosso tedesco Lufthansa che a febbraio aveva siglato accordi di collaborazione su manutenzione e catering con Etihad, azionista di Alitalia con il 49 per cento delle quote. La prospettiva di una nuova partnership internazionale senza l’assenso dei lavoratori al piano proposto dall’azienda e con la prospettiva di un commissariamento pubblico si complica e potrebbe quindi essere rimandata sine die. Come fanno notare alcune fonti a conoscenza del dossier, dal punto di vista di un concorrente è infatti preferibile attendere il fallimento della società target anziché sottoporsi alla sorveglianza di un commissario pubblico e rischiare di pagare un prezzo maggiore per gli asset più interessanti da rilevare.

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  • Alberto Brambilla
  • Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.