Il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

La grande presenza dello stato in Borsa svela un mercato in coma

Redazione

Abbiamo calcolato che Tesoro e Cassa depositi e prestiti sono presenti in otto società che pesano per circa un quarto dell’intera capitalizzazione di Borsa (140 miliardi su 460)

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan da tempo invoca nuove privatizzazioni di società pubbliche quotandole in Borsa. L’esigenza è soprattutto di fare cassa (o sperare di farla). La pratica può essere anche essere utile, ma qui si tiene a rilevare un problema sottostante. Lo stato già ha una forte presenza in Borsa. La cosa non sarebbe preoccupante in sé, sono le peculiari caratteristiche del fenomeno che dovrebbero far riflettere. Abbiamo calcolato che Tesoro e Cassa depositi e prestiti sono presenti in otto società che pesano per circa un quarto dell’intera capitalizzazione di Borsa (140 miliardi su 460).

 

Ciò illumina almeno due criticità.

 

La prima è che a una forte presenza del pubblico corrisponde un’estrema debolezza del settore privato. Le imprese private quotate a Piazza Affari contano per la metà della capitalizzazione, ma non entrano nuove matricole e, al contrario, escono vecchie glorie: per dire, Luxottica potrebbe essere la prossima grande azienda a optare per il delisting, e migrare in Francia. Non c’è la volontà di rischiare.

 

La seconda è che la Borsa è impigrita e poco vivace. Inoltre se mezza capitalizzazione deriva dai privati, un quarto da società controllate dallo stato (senza contare gli addentellati), il restante quarto è in mano al settore bancario-assicurativo. Ed è qui che lo stato è in predicato di rientrare, dopo esserne uscito da oltre vent’anni. Dopo Montepaschi, i 20 miliardi scuciti dai contribuenti andranno a Veneto Banca e Pop. Vicenza, in supplenza del fondo pubblico-privato Atlante ormai spompato, e la prossima sarà Banca Carige. Le “privatizzazioni” sono temute a sinistra, un tic, ma lo stato già domina il nostro mercato.

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