Mario Draghi (Foto LaPresse)

Whatever it Takes to Save Europe. Forza Draghi

Claudio Cerasa

Contro il trumpismo. Contro la retorica disfattista. Contro il piagnisteo declinista. Gran lezione del capo della Bce in difesa dell’Europa (e dell’euro) con risposte definitive agli sciocchi profeti dell’apocalisse. Portate le bandiere

Contro il piagnisteo declinista. Contro la fuffa del sovranismo. Contro la retorica del nazionalismo. Contro i teorici dell’apocalisse. Contro i fanatici del lepenismo. Contro gli iettatori della moneta unica. Contro il metodo intimidatorio dei seguaci dell’internazionalismo trumpiano. A pochi giorni dal fenomenale manifesto pro globalizzazione pronunciato la scorsa settimana a Lubiana (trovate il testo oggi nell’inserto I), ieri il governatore della Banca centrale Mario Draghi ha scelto di muovere un altro passo importante su un terreno dove si gioca la partita più politicamente scorretta dei nostri tempi: la difesa dell’Europa.

 

Applicando un grande insegnamento del suo maestro Federico Caffè (“noi studenti di Caffè – disse Draghi nel 2014 ricordando il grande economista italiano – siamo accomunati dalla convinzione che fare politica economica significhi tre cose: analisi della realtà, rifiuto delle sue deformazioni, impiego delle nostre conoscenze per sanarle”), il numero uno della Bce, in una magistrale audizione al Parlamento europeo, ieri ha rifilato due sonore e goduriose sberle a Donald Trump e alla signora Le Pen mettendo in fila alcuni ragionamenti cartesiani. Al presidente americano, e ai suoi cloni europei, Draghi ha ricordato tre cose. Primo: sono tutte sciocchezze le tesi in base alle quali l’Europa manipolerebbe il tasso di cambio delle monete. Secondo:  “L’euro è irrevocabile” non perché lo dice Draghi ma perché “lo dicono i Trattati”. Terzo:  l’Europa deve sfidare il trumpismo senza  lasciarsi sedurre dalle sirene del nazionalismo (“guardo con preoccupazione gli annunci di potenziali misure protezionistiche”) e rivendicando la formidabile vocazione del nostro Continente a essere oggi più che mai un’istituzione naturalmente predisposta a portare avanti la difesa del libero mercato. Rispetto al discorso di Lubiana, il presidente della Bce non si è limitato solo a difendere la moneta unica (“Con la moneta unica abbiamo forgiato legami che sono sopravvissuti alla peggiore crisi economica dai tempi della Seconda guerra mondiale. Questa è stata, infatti, la ragion d’essere del progetto europeo: tenerci uniti nei momenti difficili, quando tutto è troppo allettante per rivoltarsi contro i nostri vicini o cercare soluzioni nazionali”) ma ha allargato il suo ragionamento introducendo un altro spunto di riflessione concreto: l’attacco ai professionisti dell’anti europeismo. Senso implicito del messaggio antidisfattista di Draghi: se continueremo a descrivere il mondo come se fosse a un passo dal precipizio, daremo una cittadinanza sempre più grande alle forze che interpretano la politica dell’apocalisse; se viceversa utilizzeremo un linguaggio innervato sulla fredda analisi della realtà, sul rifiuto delle sue deformazioni, sull’impiego delle nostre conoscenze per sanarle non potremmo che contribuire a un processo finalizzato al miglioramento del nostro mondo, non alla sua distruzione.

 

“Diversamente da una percezione diffusa”, ha detto Draghi sfidando i bimbiminkia anti europeisti, “le condizioni economiche dell’Eurozona sono stabilmente migliorate”. I campioni del disfattismo europeista, che come tutti gli urlatori hanno sempre un posto in prima fila sulle poltroncine dei talk-show, potrebbero prendere appunti: nel corso degli ultimi due anni, nella zona euro, il pil pro capite è aumentato del 3 per cento (e lo scorso anno è aumentato di una cifra non troppo diversa da quella americana: 1,9 contro 2,4); la disoccupazione è scesa al 9,6 per cento, che è il livello più basso toccato dal maggio 2009; il rapporto tra debito pubblico e pil è in calo per il secondo anno consecutivo; la crescita del pil dell’area euro è in costante miglioramento da quattordici trimestri consecutivi; rispetto al 2013 ci sono 3,5 milioni di disoccupati in meno; e nel 2016 nel suo complesso (l’Italia è un caso di scuola a parte, in negativo) la crescita registrata nella zona euro (1,7 per cento) ha superato persino la crescita registrata negli Stati Uniti (1,6 per cento).

 

Draghi ha ricordato che naturalmente non ci sono solo rose e fiori e che “una politica monetaria espansiva e una politica fiscale che preveda maggiori investimenti e minori tasse non sono sufficienti a generare una ripresa della crescita forte e sostenibile senza realizzare le necessarie riforme strutturali nei mercati dei beni, servizi e del lavoro”. Ma il messaggio consegnato ieri al Parlamento europeo dovrebbe comunque galvanizzare tutti coloro che intendono combattere il cialtronismo populista rivendicando con orgoglio le virtù del patriottismo europeo. In Francia, sabato scorso, Emmanuel Macron, durante uno dei suoi più bei discorsi di questa campagna elettorale, si è ritrovato, a Lione, con una folla in festa e tantissime persone che sotto il palco sventolavano felici le bandiere dell’Unione europea. Sarebbe bello che anche in Italia, nella prossima campagna elettorale (speriamo sia il prima possibile) ci siano a destra e a sinistra politici in grado di cogliere e rielaborare il messaggio di Draghi: difendere l’Europa non è solo una battaglia in difesa di un giusto ideale, ma è soprattutto una battaglia in difesa di un’istituzione da perfezionare, sì, ma che funziona, e che può permettere al nostro continente di diventare sempre di più un campione nella difesa delle libertà del mondo. E anche per questo non possiamo avere paura di esporre le nostre bandiere europee dalle nostre finestre per paura di un tweet di Luigi Di Maio o di un troll al servizio della Casaleggio Salvini e Associati – noi da oggi, per tutta la settimana, esporremo le stelle dell’Unione europea, orogliosamente, tra le lettere della nostra testata. Dunque, forza Europa. Dunque, forza Draghi. Che dopo il suo “Whatever it Takes” per salvare l’euro (2012) ieri ci ha regalato un altro “Whatever it Takes”. Stavolta per salvare l’Europa. Da se stessa e dal suo a volte irrefrenabile istinto suicida. Preparate le bandiere.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.