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Il disegno francese in Italia

Claudio Cerasa

L’operazione Mediaset è la punta di un iceberg che porta alla conquista di Generali attraverso il controllo di Mediobanca. Cosa ci dice il boom del salotto francese sulla salute del sistema italiano. Domande liberali

C’è una domanda cruciale alla quale bisogna rispondere una volta messi in fila alcuni fatti importanti che riguardano una partita in cui la battaglia tra Mediaset e Vivendi è solo la punta di un infinito iceberg. La domanda è questa ed è semplice: nelle stanze del potere finanziario e imprenditoriale italiano, che partita sta giocando il sistema francese e in particolare il finanziere bretone Vincent Bolloré, che tre giorni fa, dopo aver conquistato il pacchetto di maggioranza di Telecom Italia, ha messo in moto gli ingranaggi di Vivendi per tentare la scalata al cuore di Mediaset? La storia è complessa e affascinante, e al contrario di quello che si potrebbe credere la partita che si gioca non riguarda solo il rapporto tra Mediaset e Vivendi (ieri la procura ha aperto un’inchiesta per manipolazione del mercato) ma comprende molto altro. Per provare a rispondere alla domanda è necessario mettere insieme alcuni nomi chiave, centrali nei rapporti tra Italia e Francia, che spiegano bene cosa sta succedendo nel nostro sistema di potere tra il mondo francese e quello italiano: il francese Philippe Donnet, amministratore delegato di Generali; il francese Jean Pierre Mustier, amministratore delegato di Unicredit; Francesco Gaetano Caltagirone, secondo azionista di Generali (al 3 per cento) dopo Mediobanca (al 13,46 per cento); Ennio Doris, amministratore delegato di Mediolanum, terzo azionista di Mediobanca (al 3,4 per cento); Marina Berlusconi, capo del gruppo Fininvest, azionista non solo di Mediaset (35,7 per cento) ma anche di Mediobanca (2,06 per cento).

 

Se quella di Vivendi fosse una partita legata semplicemente alla conquista di una delle più grandi aziende italiane, si potrebbe concludere qui l’articolo dicendo una cosa ovvia: in ogni sistema economico che si rispetti se un socio industriale ha i capitali necessari e un progetto convincente per scalare una grande azienda, ben vengano le scalate. E’ successo al Corriere della Sera con Cairo, non si capisce perché non possa accadere con Bolloré in Mediaset. Se la partita fosse questa non ci sarebbe altro da aggiungere. Il problema è che è soltanto un capitolo in un racconto più grande che non riguarda solo Mediaset ma tocca un grande colosso del sistema italiano che si chiama Generali. E qui c’entrano tutti i nomi che abbiamo elencato qualche riga fa, partendo dai primi due, i punti cardinali dell’operazione: Mustier e Donnet. La partita per la conquista di Generali è una partita lenta ma chiara che prevede due step fondamentali: prima il controllo di Mediobanca (azionista principale di Generali, con il 13,4 per cento) e in seguito la creazione di un colosso delle assicurazioni mondiali attraverso la fusione di Generali e Axa (Donnet conosce bene Axa avendoci lavorato per due decenni). Per capire come si conquista Generali è però necessario giocare con le scatole cinesi. Proviamoci.

Primo azionista di Generali è Mediobanca. E chi controlla Mediobanca di conseguenza controlla Generali. E oggi chi controlla Mediobanca? Il gruppo Bolloré – al 7,9 per cento – è il primo azionista dopo Unicredit. Unicredit si trova all’8,6 per cento di Mediobanca e molti osservatori prevedono che il prossimo aumento di capitale di Unicredit (mostruoso: 13 miliardi di euro, stesso valore della capitalizzazione in Borsa della banca) avrà l’effetto di aprire l’azionariato a nuovi soci. E’ possibile che siano ancora una volta gli investitori francesi (Société Générale?) a consolidare la propria presenza nel colosso bancario, che nel frattempo, giusto qualche giorno fa, ha venduto a una società francese (Amundi) il polo del risparmio gestito del gruppo Unicredit (Pioneer). Con ogni evidenza, un ulteriore francesizzazione di Unicredit (azionista principale di Mediobanca) potrebbe aiutare un altro azionista forte di Mediobanca (Bolloré) ad avere una maggiore capacità d’azione sulla più grande azienda controllata da Mediobanca: ovvero Generali (il cui ad, Donnet, è stato fino a pochi mesi fa membro del consiglio di sorveglianza di Vivendi, sostituito l’11 maggio da Yannick Bolloré, figlio di Vincent).

 

Per avvicinarsi a Generali, dunque, occorre controllare Mediobanca e in questa partita entra naturalmente il rapporto tra Bolloré e altri due azionisti importanti di Mediobanca: il terzo azionista, che è Mediolanum (controllata al 30 per cento da Fininvest, dunque dalla famiglia Berlusconi); e il settimo azionista, che è il gruppo Fininvest (i due gruppi insieme hanno il 5,4 per cento di Mediobanca). Proviamo dunque a fare una somma: il 5,4 per cento controllato più o meno direttamente dal gruppo Berlusconi in Mediobanca, sommato al 7,9 per cento controllato da Bolloré, sommato all’8,6 per cento di Unicredit fa il 21,9 per cento di Mediobanca (con il 25 per cento delle azioni Bollorè controlla Telecom). Se controllare Mediobanca significa controllare Generali è evidente che qualora l’asse francese dovesse riuscire a portare dalla propria parte il mondo imprenditoriale del Cav. (le trattative tra Vivendi e Mediaset non sono solo sulla partita televisiva ma sono anche su quella assicurativa) la mano di poker a Trieste sarebbe meno complicata. Specie poi se in Generali i francesi trovassero la sponda di Caltagirone (oggi al 3 per cento) che da anni ha costruito un rapporto più che cordiale con il mondo francese in Italia – in Acea, quarto operatore energetico italiano, Caltagirone è socio dei francesi, pochi mesi fa ha ceduto al gruppo Suez una parte della sua quota permettendo al gruppo francese di prendere il controllo della società e contestualmente lo stesso Caltagirone è salito al 3,5 per cento della stessa Suez.

 

Nel grande affresco del nuovo salotto buono francese in Italia, come è evidente, l’operazione Mediaset è un tassello di un mosaico molto più grande. All’interno del quale i francesi sono riusciti a conquistare i centri nevralgici del sistema imprenditoriale italiano. Sul mercato elettrico, oltre Acea, i francesi sono primi azionisti di Edison (attraverso Edf) e con Suez hanno il 50 per cento del quinto operatore energetico italiano (Tirreno Power). Nel sistema bancario, oltre a possedere interamente Bnl attraverso Bmp, i francesi hanno il controllo di Cariparma (attraverso Crédit Agricole) e hanno due piedi in Mps: da una parte attraverso Axa, che ha in pancia il 3,17 per cento di Mps, e dall’altro lato potrebbero avere un altro piede attraverso l’ingresso in Mps di Generali (Generali ha convertito 400 milioni di obbligazioni subordinate in Mps e qualora dovesse andare in porto la ricapitalizzazione della banca la quota di conversione corrisponderebbe a circa l’8 per cento di Mps). A questo punto del ragionamento, la domanda che oggi è necessario porsi è se la conquista capillare del cuore del tessuto finanziario e imprenditoriale italiano (che fino a prova contraria resta un sistema ancora fortemente bancocentrico) sia un fenomeno transitorio o ci dica qualcosa di particolare (e magari di preoccupante) sullo stato di salute del nostro sistema imprenditoriale. Il punto non riguarda tanto l’italianità di un’azienda ma riguarda un tema più complesso. Questo: nel mondo contemporaneo, i paesi che non sanno fare sistema per proteggere i propri campioni nazionali sono paesi che funzionano meglio o funzionano peggio rispetto a quelli in cui i campioni nazionali vengono protetti? Facciamo un passo ulteriore: come è possibile che in paesi ultra liberali e pro mercato come l’Inghilterra sia prassi consolidata intervenire – seppur indirettamente, come è successo due anni fa di fronte al colosso farmaceutico americano Pfizer che tentò un takeover su AstraZeneca – quando un colosso straniero prova a conquistare un colosso del proprio paese?

 

In linea di massima si potrebbe dire che in un’azienda la proprietà non conta, ma conta piuttosto quanto un paese sia in grado di evitare che il trasferimento di proprietà da uno stato a un altro possa coincidere con la trasformazione del paese “conquistato” in un luogo di sola distribuzione di un prodotto e non più di produzione. In linea di massima il ragionamento fila. Ma quando a passare da un paese all’altro sono i campioni nazionali il discorso cambia e la domanda sulla quale bisogna interrogarsi diventa inevitabilmente questa: in nome del mercato libero, concetto sacro per ogni foglio liberale, un paese può accettare di rinunciare a reagire di fronte al tentativo di acquisto di un qualsiasi campione nazionale? Oggi parliamo di Mediaset. Domani potremmo parlare di Generali. Dopodomani di Eni e di Finmeccanica. Forse non capiterà nulla di tutto questo. Ma la robusta presenza di operatori francesi in Italia più che farci pensare all’invasione ci deve indurre a una riflessione: esiste un punto oltre il quale bisogna reagire e non si può più solo osservare? Forse sì.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.