Non mandate in pensione la ripresa

Marco Valerio Lo Prete
Il pil in Italia è di nuovo stagnante. Colpa del contesto internazionale difficile, dice il Tesoro. Vero, ma c’è di più. Investimenti e consumi non si rilanciano occupandosi solo di chi non lavora. Parlano Gallo e Giavazzi – di Marco Valerio Lo Prete

Roma. “Nel secondo trimestre di quest’anno, il prodotto interno lordo (pil)  italiano è rimasto invariato rispetto al trimestre precedente”, ha comunicato ieri l’Istat. In altre parole, la crescita nel nostro paese è stagnante e va un po’ peggio delle attese del consenso degli economisti (che puntavano a un più 0,2 per cento su base congiunturale). Intanto non si ferma l’aumento in termini assoluti del debito pubblico che è arrivato a 2.248,8 miliardi, 7 miliardi in più di un mese fa. Cosa succede?
Dal ministero dell’Economia fanno sapere che la frenata della crescita è dovuta a un rallentamento globale dell’economia, peraltro già noto, e che il rapporto tra debito e pil si è comunque stabilizzato. Nessuna sorpresa, insomma: “fattori di rischio geopolitico” come minaccia terroristica, crisi migratoria, propensione al protezionismo e Brexit “sono emersi o si sono rafforzati”. Fondo monetario internazionale ed Ocse, effettivamente, avevano già rivisto al ribasso le stime della crescita globale. Certo è che nemmeno quella attuale è una notte in cui tutte le vacche sono nere. In Germania, per esempio, lo stesso dato del pil è stato migliore delle previsioni: più 0,4 per centro da aprile a giugno rispetto ai tre mesi precedenti, a fronte di un’attesa dello 0,2. La media dell’Eurozona è stata più 0,3 per cento.  

 

L’esecutivo ostenta calma, ma qualche conto in tasca dovrà farselo se la crescita a fine anno non supererà l’1 per cento, come ormai pare assodato. Infatti tanto più il pil è basso, tanto minori sono i margini di manovra in termini di spesa pubblica, e questo anche nel caso – molto probabile – che l’Unione europea conceda una nuova dose di flessibilità a Roma sulla velocità di rientro del deficit pubblico. Sempre il Tesoro ieri assicurava: “La strategia del governo continua sulle riforme per la competitività e sulla riduzione delle tasse, accelerando sul fronte degli investimenti come dimostrano le decisioni del Cipe di mercoledì”. Nemmeno una parola, da Via XX Settembre, sugli ennesimi aggiustamenti pensionistici che invece hanno occupato buona parte del confronto tra governo e sindacati nell’ultima settimana, requisendo inoltre buona parte delle risorse accantonate per la legge di Stabilità del prossimo autunno. Prepensionamenti, ricongiunzioni, pensioni minime, no tax area per i pensionati: com’è che l’Italia è stata sorpresa a discutere quasi esclusivamente di ciò mentre il pil si fermava? A voler essere maliziosi siamo di fronte all’onda lunga del dibattito mediatico degli ultimi mesi: dal settembre 2015 al giugno 2016 non c’è stata puntata di talk show in cui non si discutesse, con tanto di servizi e ospiti in studio, di pensioni. A volte, tra crisi migratoria ed emergenza terrorismo, è davvero sembrato che stesse per venire giù il mondo, e tuttavia i programmi di approfondimento politico sono apparsi inflessibili: di pensioni si deve parlare. Nonostante fosse noto che, nella migliore delle ipotesi, i ritocchi al regime pensionistico – peraltro stabilizzato nel 2011 con la riforma Fornero – sarebbero potuti avvenire soltanto nell’autunno di quest’anno.

 

“Invece dovremmo discutere di come tornare a industriarci”, dice al Foglio Riccardo Gallo, ingegnere e docente di Economia industriale alla Sapienza. “Il governo si trova in un momento-cerniera. La produzione industriale non ha ancora smesso del tutto di scendere, eppure la fiducia delle imprese aumenta. Vuol dire che alcune aziende stanno chiudendo per gli effetti di una lunga e dolorosa fase di declino, mentre altre stanno finalmente ritornando a investire. Qualcosa di positivo si è seminato e il rimbalzo arriverà, dunque, ma potrebbe impiegare anche due o tre anni prima di materializzarsi con forza”. Che fare, nel frattempo? Risponde Gallo: “Renzi per ora ha pensato soprattutto a come stimolare la domanda interna. Lo ha fatto con gli 80 euro e ora vorrebbe insistere con le pensioni. Se però le imprese nel frattempo chiudono, perfino una domanda interna rinvigorita sarà soddisfatta soprattutto da prodotti esteri”. Questa interpretazione sul momento di transizione che staremmo attraversando è confermata indirettamente da una recente ricerca dell’Ufficio studi di Mediobanca. Concentrandosi su 2.060 imprese di medie e grandi dimensioni, gli autori rilevano che nel 2015 gli investimenti sono aumentati del 7,9 per cento (del 4,8 per cento nella sola manifattura), con le vendite ancora in calo seppure in miglioramento. “Occorrerebbe mettere su un lettino immaginario milioni di imprenditori, piccoli e grandi, per convincerli a rispondere a una domanda: a quali condizioni riuscireste ad accelerare i vostri piani di investimento? Straparlare di riformicchie pensionistiche non va in questa direzione”, conclude Gallo.

 

Francesco Giavazzi, economista della Bocconi, dice al Foglio di condividere il senso generale dei commenti arrivati ieri dal Tesoro sull’andamento congiunturale: il contesto internazionale ha un effetto frenante sulla ripresa domestica. Anche per questa ragione mercoledì scorso, in un editoriale sul Corriere della Sera, Giavazzi aveva suggerito al governo di fare quanto possibile per ridurre le “fonti di incertezza” per cittadini e investitori internazionali. Sul primo fronte consigliando all’esecutivo, tra le altre cose, di “smetterla di annunciare riforme del sistema previdenziale senza indicarne i dettagli”. Ieri, intervistato dal quotidiano di Via Solferino, gli ha risposto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Tommaso Nannicini: quando parlavo di contributo di solidarietà sulle pensioni alte, ha detto, mi riferivo alla “fase due” del confronto con il sindacato sulle revisioni da apportare al sistema contributivo.

 


Francesco Giavazzi


 

Giavazzi insiste: “Sul merito di quanto proposto da Nannicini posso anche essere d’accordo. Ma il governo si metta nei panni dei pensionati, appartenenti a una categoria a suo modo sensibile agli annunci visto che a una certa età è difficile trovare nuove e diverse fonti di reddito: faranno forse distinzione tra fase uno, fase due e altro? Discutere del tema senza essere specifici è rischioso, può deprimere i consumi anche in questa fascia di popolazione”. Ecco dunque un altro dei pericoli che si corre in un paese con il tasso di occupazione tra i più bassi dell’Eurozona, con il pil più asfittico del continente, e in cui nonostante questo si continua a discettare sui modi più indolori per assicurare l’uscita dei cittadini dal mercato del lavoro: “E pensare che, al netto di sperequazioni interne, dal 2011 abbiamo finalmente un sistema pensionistico stabile anche per gli standard europei”, conclude Giavazzi. Se non è schizofrenia, ci siamo vicini. Perché intanto, osservava ieri Daniele Antonucci, economista di Morgan Stanley, il picco della ripresa ciclica potremmo averlo già alle spalle. Da qui a tutto il 2017, se restiamo a bocce ferme, possiamo solo rallentare. Mandando letteralmente in pensione la ripresa.

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