Giovanni Bazoli (foto LaPresse)

La nuova borghesia spiegata da Bazoli

Claudio Cerasa
Cairo, Bonomi, Fiat, Rcs. “Il vecchio establishment non è replicabile, ma c’è un nuovo dinamismo. Non sarò presidente di Rcs. L’elite? Superiamo gli steccati”. Intervista con il presidente emerito di Intesa Sanpaolo – di Claudio Cerasa

La borghesia, gli imprenditori, il Corriere, l’élite, Cairo e Bonomi. Da dove partiamo? Dal 27 aprile 2016 Giovanni Bazoli è andato in pensione ed è diventato presidente emerito di Intesa Sanpaolo. In questi mesi ha preso appunti, ha elaborato riflessioni e ha messo insieme i ricordi e i tasselli della sua vita. Su molti temi ma su uno in particolare, sul quale il fondatore di Banca Intesa ha accettato di conversare con il Foglio: che cos’è oggi l’establishment italiano? Dici establishment, naturalmente, e dici molte cose insieme. Dici classe dirigente, dici borghesia, dici élite e naturalmente dici Rizzoli e soprattutto Corriere della Sera.

 

Per anni Bazoli è stato il dominus del salotto buono italiano e anche nell’ultima partita che si è giocata attorno a Rcs il presidente emerito di Intesa Sanpaolo, seppure da una posizione defilata, ha registrato un successo importante, scommettendo su Urbano Cairo e sul suo progetto industriale, costringendo il mondo di Mediobanca, di cui Andrea Bonomi era espressione naturale, a fare i conti (salvo sorprese) con una bocciatura pesante: quella del mercato. Pronti, via. Si parte. “Se lei mi dice che la grande borghesia non c’è più, io le rispondo che è molto difficile identificare e definire la borghesia nella società di oggi. Per borghesia io intendo una classe di cittadini che rappresenta la struttura portante del paese, ne custodisce i valori e concorre a formare la nuova classe dirigente. Intesa in tal senso, la borghesia in Italia ha avuto un momento di grande fioritura all’inizio e alla metà del 900. La sua crisi odierna deriva dall’aver perso valori e idealità e dall’essersi chiusa in se stessa, avendo immaginato di poter conservare il proprio potere senza rinnovarsi. E’ inevitabile che si siano affermati quei movimenti di protesta  che oggi mettono in questione l’intero sistema del paese”.

 

Professore, a proposito di establishment e di élite: ma se è vero che il Corriere è sempre stato il giornale della grande borghesia, qual è il mondo di lettori cui deve parlare oggi il Corriere? “E’ evidente che deve parlare a tutti, ma a cominciare proprio dalla borghesia lombarda. Se è vero infatti che il vecchio establishment non è replicabile, io sono convinto che la società lombarda stia ritrovando quel dinamismo economico e culturale che nei momenti felici ha fatto da battistrada nel rinnovamento del paese”. Come si è arrivati al successo di Cairo? “Occorre ricostruire i passaggi recenti, alcuni dei quali inediti, che hanno determinato questo cambiamento nell’assetto proprietario”.

 

Partiamo da Fiat? “Certo. Partiamo dal ruolo svolto da Fiat, che a un certo punto ha deciso che non avrebbe più esercitato un ruolo di controllo in Rcs. Vede, credo che le ragioni di tale decisione siano fondamentalmente due. La prima è riconducibile alla delusione per le difficoltà incontrate nei rapporti con i  principali azionisti: gli scontri con Della Valle; le differenti valutazioni di John Elkann e di altri soci sulle capacità manageriali di Scott Jovane. La seconda è probabilmente da identificare nell’incompatibilità avvertita tra la presenza di Fiat nella proprietà di un grande quotidiano italiano e l’immagine di un gruppo sempre più proiettato a livello internazionale. Di conseguenza, quando si trattò di formare l’attuale Consiglio di amministrazione, Fiat lasciò che fossero altri azionisti – e più precisamente Mediobanca, Della Valle e Tronchetti – a indicarne il presidente e i componenti, chiedendo e ottenendo soltanto di confermare come amministratore delegato Scott Jovane (che però, dopo non molti mesi, fu indotto a lasciare l’incarico). Il mio unico ruolo in quella fase fu quello di difendere – in base a un accordo raggiunto in precedenza con John Elkann – la designazione di Luciano Fontana a direttore  del Corriere della Sera. Quando Fiat ha reso nota la decisione di uscire del tutto dall’azionariato, sono stato sorpreso non tanto da tale decisione, quanto dalle sue modalità e dal contesto”. In che senso? “Da un lato, veniva annunciata la fusione tra il gruppo l’Espresso e la Stampa (la Fiat si alleava cioè con il principale concorrente del Corriere della Sera); dall’altro lato, la stessa Fiat dichiarava l’intenzione di cedere l’intera sua quota in Rcs, che era ancora la quota ‘di riferimento’, non in blocco, ma ‘sbriciolandola’ sul mercato. Il che, come è evidente, riduceva sensibilmente l’impegno finanziario di chiunque avesse voluto acquisire il controllo di Rcs. Non le sfuggirà che quello fu un passaggio rischioso: in quel modo si veniva infatti a creare un quadro del tutto nuovo, che apriva nello stesso tempo nuove e impreviste opportunità, ma motivi anche di forte preoccupazione: Rcs avrebbe infatti potuto divenire preda di chiunque”. Era marzo. Sono passati quattro mesi. “All’inizio le confesso che ci aspettavamo che Mediobanca, Della Valle e Tronchetti prendessero l’iniziativa di varare quell’aumento di capitale di Rcs che il Consiglio era stato autorizzato a richiamare e che risultava necessario per ridurre l’insostenibile indebitamento della società, retaggio della disgraziata operazione spagnola. Sottoscrivendo questo aumento di capitale, tale gruppo di azionisti avrebbe potuto facilmente e definitivamente acquisire il controllo di Rcs. Ma, con nostra grande sorpresa, non accadde invece nulla. Fu a questo punto che la banca iniziò a muoversi – tenga presente anche la ragione di tutelare i propri ingenti crediti nei confronti di Rcs – cercando nuovi partner disposti a investire nella società e a garantirne il rilancio.

 

Si pensò, in un’ottica costruttiva e mai ostile, ad una soluzione imperniata su un gruppo di esponenti dell’imprenditorialità lombarda”. E’ vero che è stato contattato anche Bonomi? “Su iniziativa di Miccichè – che, con il pieno appoggio dei vertici della banca, è stato il principale protagonista di questa vicenda – incontrammo dapprima proprio Bonomi, che io già conoscevo e stimavo. A dimostrazione delle nostre intenzioni non ostili a nessuno, eravamo perfettamente consapevoli della vicinanza di Bonomi a Mediobanca. Ma, dopo averci dato segnali incoraggianti, Bonomi si dichiarò indisponibile”. E a quel punto arriva Cairo. “Sì, io non l’avevo mai incontrato prima, ma ricavai da subito un’impressione favorevole: quella di un uomo determinato, concreto e lineare, spinto da un’ottica imprenditoriale lontana da logiche e ambizioni politiche. Sono convinto che oltre ad avere le caratteristiche giuste per risanare e rilanciare il Corriere, Cairo sia pienamente consapevole di dover affrontare, oltre alla sfida di un importante salto dimensionale, anche quella della grande responsabilità di farsi carico di un’istituzione fondamentale per il Paese quale è il Corriere. Intesa Sanpaolo, dopo averlo sostenuto nell’operazione di mercato che lo ha portato a conquistare la maggioranza del capitale, lo aiuterà in tale compito, ma nel rispetto di un ruolo che il dottor Messina, il nostro Consigliere delegato, ha più volte rimarcato, cioè agendo da banca e non più da azionista”.

 

Dici Corriere e non puoi che pensare anche a una linea politico-culturale intorno alla quale si è formata l’identità del giornale della borghesia: il terzismo. Il professor Bazoli dice che il Corriere deve restare fuori dalla politica. Ma in una fase politica come quella che stiamo vivendo, facciamo notare al professore, come già abbiamo fatto sempre qualche giorno fa su questo giornale con Cairo, che il terzismo è un’operazione a rischio: un tempo essere terzisti significava sostenere le posizioni di chi si poneva al centro dei due grandi schieramenti, ovvero il centro; oggi essere terzisti significa letteralmente sostenere le posizioni di chi si pone come alternativa ai due grandi schieramenti: non più il centro, bensì il movimento cinque stelle. E’ un rischio che il Corriere si può permettere? “Direttore, non la seguo su questo terreno. Innanzitutto perché il sistema politico italiano ha bisogno di una democrazia di tipo competitivo e governante e non di un ritorno al passato né di nuovi terzismi. In secondo luogo io credo che quando si edita un giornale bisogna porsi altre domande. Per esempio: è giusto o no che un giornale si trasformi in un partito? Io credo di no. Oppure: è bene che un giornale prenda posizione su ogni tema o è preferibile che faccia riflettere il lettore spiegando quali sono tutte le posizioni in campo e soprattutto informando analiticamente sul merito delle questioni in gioco? Io sono più per la seconda opzione. Certo, non è facile oggi: viviamo una fase in cui il lettore chiede che il giornale esprima un’identità forte”.

 

Provochiamo il professore facendo notare che la7 guidata da Cairo è una rete che da sempre offre spazio ai partiti più anti sistema, come per esempio il movimento 5 stelle, e dunque potrebbe essere naturale fare uno più uno: se sulla sua rete Cairo ha valorizzato le forze anti sistema, non è naturale che lo faccia anche con il Corriere? “Cairo – afferma Bazoli assumendo improvvisamente un tono grave – sa perfettamente che le logiche con le quali si fa la televisione non possono essere le stesse con le quali si edita un giornale come il Corriere della Sera. Sarebbe un grande errore mescolare i generi. Ma sono sicuro che questo non succederà”.

 

Professore non so se risponderà a questa domanda: si parla – lo stesso Gros-Pietro in questi giorni non l’ha escluso – di una sua possibile presidenza della Rcs versione Cairo? Se gliela proporranno, lei l’accetterà? “Rispondo senza esitazioni: no, penso che non sia opportuno. Per coerenza con quanto detto prima, dato che, come presidente emerito, resto legato alla banca”.

 

A ripensarci oggi, è preoccupato per il fatto che la Rcs Libri sia finita nella pancia di un rivale come Mondadori? “Mentre a suo tempo mi ero espresso chiaramente contro la vendita dell’immobile storico di Via Solferino, non ho invece elementi per giudicare se per gli amministratori della Rizzoli si trattasse di un’operazione davvero necessaria e senza alternative. Detto ciò, mi pare che non sia il caso di drammatizzare, perché la fusione tra Mondadori e Rcs libri è un segno dei tempi”. In che senso, professore? “A parte le ragioni di mercato, io sono convinto che oggi sia necessario superare gli steccati, mettere da parte le vecchie ideologie e ragionare anche tra avversari su come migliorare questo Paese”. Parla di libri, professore, o parla anche di politica? “Arrivederci direttore, grazie”.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.