Sergio Marchionne (foto LaPresse)

A lezione da Fiat

Marco Valerio Lo Prete
La trattativa con Google è un’altra smentita per i “signorini soddisfatti” anti Marchionne del nostro paese.

Sergio Marchionne, ceo di Fiat Chrysler Automobiles, sta conducendo “colloqui avanzati” con Google per costruire l’automobile di prossima generazione. Lo aveva scritto il Foglio sabato scorso, dando conto per primo di un’accelerazione del Lingotto verso la Silicon Valley, registrata questa volta anche nell’industria dell’indotto nel nostro paese. Da 48 ore, e con maggiori dettagli, lo scrivono i big della stampa internazionale: dal Wall Street Journal al Financial Times. Comunque finiscano le trattative, uno dei più importanti riformatori dell’ultimo lustro italiano ha colpito ancora. La sua è una parabola che dice molto di noi, prim’ancora che del settore automotive.

 

Piccola digressione, utile a decrittare l’avvenuta demonizzazione di Marchionne e le sue sonore smentite. Scriveva Sergio Ricossa del “borghese” – da intendersi come tipo umano e come carattere, non come astrazione da lotta di classe: “Se fa le palingenesi è senza pianificarle: le ottiene senza premeditazione, come somma di innumerevoli atti indipendenti di innumerevoli individui liberi; gradualmente, a tentoni, e di solito sono le uniche palingenesi non catastrofiche”. Al borghese così fatto – diceva l’autore di “Straborghese” – non si contrappongono solo i classici “collettivisti”, ma sempre più anche i “signorini soddisfatti”, cioè borghesi viziati, annoiati e nauseati, ergo anti borghesi.

 

Di fronte alle ultime notizie in arrivo da Detroit e Torino, i nostri signorini soddisfatti avranno un po’ da rimuginare. Perché uno degli assiomi prediletti dagli anti Marchionne da talk show – si chiamassero Maurizio Landini o Diego Della Valle – era che il manager fosse uomo avvezzo tutt’al più alla finanza, per certo a digiuno di auto e comunque incapace di apprendere. Come avrebbe dimostrato, tra l’altro, l’attenzione pari a zero dedicata a ricerca e innovazione. Che colpo, qualche anno dopo, trovarsi quello stesso Marchionne a trattare interessato con l’azienda di Mountain View,  simbolo contemporaneo della tecnologia di frontiera che tutto può. Scavalcando perfino qualche concorrente americano o tedesco. In cantiere c’è l’auto elettrica e senza guidatore, con buona pace di fustigatori di Marchionne come Guido Viale che, sul Manifesto e sul Foglio, vedeva solo “piani folli” e “bluff”: “L’alternativa è la conversione ambientale del sistema produttivo”, asseriva Viale. Eccolo servito. 

 

Landini tempo fa ha abbozzato un cauto mea culpa (“Nessuno nega che la Fiat, prima dell’arrivo di Sergio, fosse a rischio di fallimento e oggi no”), ma di più in Italia non leggerete. Prendete la solfa sui “modelli”; d’un tratto, quando Marchionne iniziò a scuotere la foresta pietrificata della concertazione nazionale, in tv e sui giornali fu un susseguirsi di novelli esperti d’auto per cui il problema era “ben altro” che la produttività: Fiat piuttosto non stava pensando a nuove vetture da lanciare sul mercato. Ora i nuovi modelli Fca sono decine, anche in gamme diversificate, vanno benino come vendite rispetto alla concorrenza, e nessuno fiata.

 

E’ lo stesso film visto sul tema lavoro: fino a due anni fa Marchionne sembrava avere – a detta dei più – un solo obiettivo, cioè conculcare i diritti dei lavoratori; 1.500 assunzioni dopo, chi li ha sentiti più? D’altronde tutto iniziò con Marchionne che nel 2009 convinceva dell’impossibile il presidente degli Stati Uniti e i rocciosi sindacati di Detroit: disse loro di essere il migliore alleato per Chrysler. Convinse Washington e Detroit, ma non i nostri signorini soddisfatti. La “somma di innumerevoli atti indipendenti di innumerevoli individui liberi” può più delle nostre spompatissime ma esagitate chattering classes. Bene.