Il Commonwealth si attrezza alla grande su petrolio e trivelle. In Italia ecco i ceri per i “No Triv”

Gabriele Moccia
Ridisegnata la mappa della geopolitica energetica: Regno  Unito, Irlanda, India, Australia emergono come un nuovo hub globale capace di contendere le posizioni degli altri player. L'Italia intanto si prepara al referendum del 17 aprile.

Roma. La crisi del mercato petrolifero legata al vortice del cheap oil sta forzatamente ridisegnando la mappa della geopolitica energetica. Mentre l’Opec, la Russia e gli Stati Uniti sono impegnati in uno scontro reciproco per il controllo della produzione, il Commonwealth britannico potrebbe presto, infatti, emergere come un nuovo hub globale capace di contendere le posizioni degli altri player.

 

Regno  Unito, Irlanda, India, Australia, ognuno sulla base di esigenze diverse, procedono però tutti insieme spediti verso politiche di forte incentivo all’industria delle trivellazioni. Partiamo dal governo britannico. Il cancelliere dello scacchiere, George Osborne, su pressione della Oil&Gas Uk (l’associazione dei produttori del Regno Unito) starebbe lavorando a una specie di moratoria fiscale sulle attività estrattive nel Mar del Nord a partire dalla tassa sui ricavi petroliferi (negli scorsi anni già portata dal 50 per cento al 35 per cento del budget fiscale pubblico). Nelle scorse settimane sono arrivati sulla scrivania di Osborne dati allarmanti e non più trascurabili: secondo l’Office for Budget Responsibility, se nel periodo 2013-2014 l’apporto dell’industria energetica alle casse dello stato era stato di 11 miliardi di sterline, nel 2016 è previsto assestarsi su soli 130 milioni. I principali analisti finanziari di Londra sono convinti che l’ossigeno derivante da una moratoria fiscale per gruppi come Centrica potrebbe presto tornare a generare dividendi positivi.

 

Anche l’Irlanda si sta muovendo. Il governo di Dublino ha infatti appena annunciato di aver assegnato quattordici nuove licenze per l’esplorazione di giacimenti di gas e petrolio a largo delle coste dell’isola ad alcune compagnie, tra cui Eni, Exxon e Statoil.

 

Comunque nell’orbita del Commonwealth il paese che ha le maggiori ambizioni di crescita è l’India. Il governo di Nuova Delhi ha appena varato un ambizioso piano per l’esplorazione delle riserve di idrocarburi e per la liberalizzazione dei prezzi del gas. “Sulla base di questa riforma saranno sbloccati circa 40 miliardi di dollari di produzione petrolifera”, ha comunicato Dharmendra Pradhan, ministro del petrolio indiano. Molte compagnie avevano, in passato, la politica del governo in campo energetico. La Bp – pur avendo investito 7 miliardi di dollari nel gruppo Reliance per sviluppare i giacimenti di gas tra le coste dell'India e quelle del Myanmar – è stata colpita negli anni dalla pesante burocrazia del paese asiatico ha accolto con entusiasmo le mosse del governo.

 


Principiali pozzi di petrolio e gas nel Regno Unito con evidenziato il possibile limite delle acque territoriali scozzesi in caso di vittoria dei SI al referendum sull’indipendenza. Fonte: The Spectator


 

Sul versante gas, poi, è data ormai per certa la firma di un'intesa per la costruzione di un gasdotto tra l’Iran e l’India per il trasporto di circa 31,5 milioni di metri cubi di gas al giorno, mentre come ha dichiarato il presidente e amministratore delegato di Saudi Aramco, Amin Nasser, la compagnia saudita è pronta a costruire nuove raffinerie sulla costa del Kerala. Ci si aspetta molto anche dal definitivo varo del progetto australiano Gorgon, un giacimento gigante che è costato la bellezza di 54 miliardi di dollari, attraverso il quale la Chevron e la Bp – che ne controllano la maggioranza – puntano a diventare i principali fornitori globali di gas naturale liquefatto (Lng).

 

In un contesto internazionale sempre più complicato sul versante dell’energia, a fronte dell’incapacità del cartello dell’Opec di assumere scelte lungimiranti per il mercato, anche per i paesi del Commonwealth, dunque, potrebbe presto nascere l’esigenza di mettere a sistema le proprie risorse e investimenti comuni per rappresentare un alternativa ad alleanze energetiche sempre più vecchie ed inefficaci. Nel frattempo in Italia, per sabato prossimo alle 12, 80 diocesi italiane hanno in programma sit in di digiuno e preghiera sotto la finestra del Papa a favore dei No Triv che hanno convocato il referendum del 17 aprile.