Cosa c'è dietro la guerra dei cambi tra Cina e Giappone

Ugo Bertone
Dopo la mossa della Banca centrale cinese, che ha fissato uno yuan più forte allentando i timori di svalutazione, le Borse asiatiche hanno interrotto una serie negativa di cinque sedute. La Cina di Xi Jinping ha cominciato una stagione bizzarra di politiche vestite di liberismo. ll Giappone, al contrario, fa il dirigista invoca il controllo sui capitali in Cina e "tassa" le banche.

Milano. La Cina ha aperto l’anno della scimmia con un insolito attivismo. La Banca centrale ha comunicato ieri mattina di aver erogato a gennaio 3.420 miliardi di yuan di credito (525 miliardi di dollari), molto al di sopra dei 2.200 miliardi previsti. Una mossa che solo in parte si spiega con l’obiettivo di sostenere i consumi durante le festività appena concluse. E’ il segnale, semmai, dell’intenzione di sostenere la ripresa dell’economia con forti iniezioni di liquidità senza però toccare i tassi di interesse, mossa che potrebbe favorire l’indebolimento dello yuan. Al contrario, nel week end, il governatore della Banca centrale Zhou Xiaochuan che ha sottolineato che Pechino considera “appropriato” il livello attuale del tasso di cambio. Le dichiarazioni di Zhou, probabilmente accompagnate da robusti acquisti sul mercato off-shore per allineare il cambio libero al fixing ufficiale, hanno consentito allo yuan di mettere a segno lunedì il maggior balzo in avanti dalla svalutazione dello scorso agosto. Oltre a permettere alle banche di approfittare del rimbalzo inatteso per liquidare una porzione del debito estero.

 

Grazie anche alla mossa della Banca centrale cinese che ha fissato uno yuan più forte allentando per il momento i timori di svalutazione, le Borse asiatiche oggi hanno interrotto una serie negativa di cinque sedute, dice Reuters. Ma dati deboli da Giappone, Cina – l'export cinese a gennaio è calato dell'11,2 per cento, l'import del 18,8, entrambi peggio delle attese – e Indonesia suggeriscono che il rimbalzo possa avere vita breve.

 

A cosa attribuire queste scelte di Pechino? Probabilmente il Drago ha segnalato con queste mosse la volontà di non dar l’avvio ad una guerra dei cambi, secondo le accuse di Tokyo. Ma è una volontà condizionata: la Cina, impegnata nella complicata manovra di far evolvere l’economia dalla manifattura al mondo dei servizi, non intende introdurre misure amministrative contro i movimenti di capitale, possa che dopo i rovesci delle Borse nel corso del 20155, potrebbe compromettere gli sforzi di Xi Jingping: i nuovi livelli di cambio vanno fissati in maniera “soft”, come del resto chiesto per anni dagli economisti e dai governi occidentali. Ma quando si diceva alla Cina di lasciare fluttuare il cambio si pensava che il renminbi sarebbe salito. Ora, vedendo che una valuta libera può anche scendere i liberisti si sono trasformati in dirigisti e invocano – come ha fatto il governatore giapponese Haruhiko  Kuroda, oltre a imporre tassi negativi per le eccedenze delle banche depositate presso l'istituto centrale (una sorta di "tassa" all'industria finanziaria per motivarla a prestare alle imprese) – la reintroduzione dei controlli sui capitali da parte della Cina.

 

La questione del cambio terrà banco al prossimo G20 di Shanghai. Date le dimensioni della sfida, è quasi impossibile per Pechino evitare una nuova svalutazione dello yuan senza la collaborazione internazionale. Ma, come si è visto in questi giorni, la stabilità della Cina è condizione necessaria se non sufficiente per riportare ordine sui mercati, per cui una svalutazione frenata dello yuan è nell’interesse di tutti.

 

[**Video_box_2**]Ma perché lo yuan svaluta? Non è questione di bilancia commerciale, comunque in netto avanzo (500 miliardi di dollari almeno per il 2016). O di competitività delle imprese. Pesa semmai la prospettiva di una rapida evoluzione sociale, oltre che la modifica dei rapporti politici all’interno di un paese che tenta di dar voce alla sua borghesia. I portafogli di imprese e privati, magari anche per la pressione delle leggi anticorruzione, realizzano una diversificazione fisiologica grazi alla possibilità di investire dove vogliono fino a 50.000 dollari all’anno. Numerosi tycoon, attraverso l’impiego di spalloni, hanno spostato così capitali in occidente o in Giappone. Ma anche la classe media sta ampiamente utilizzando le opportunità fornite dalla legge che, consente, ad esempio, di contrarre polizze sanitarie con compagnie occidentali. L’uscita di capitali, insomma, non è solo la spia di un disagio o di una situazione d’allarme, ma anche il segnale di un paese a caccia di normalità in una stagione bizzarra in cui Xi Jingping fa il liberista.
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