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Ora anche Selmayr (il capo di gabinetto tedesco di Juncker) critica apertamente Renzi

L'editoriale del Sole 24 Ore della domenica non è esattamente il posto in cui penseresti di imbatterti in chissà quale retroscena di politica estera. Invece oggi il politologo Sergio Fabbrini, a mio modo di vedere almeno, racconta un episodio che dice molto dello stato di tensione tra Roma e Bruxelles.

7 Febbraio 2016 alle 12:35

Ora anche Selmayr (il capo di gabinetto tedesco di Juncker) critica apertamente Renzi

L'editoriale del Sole 24 Ore della domenica non è esattamente il posto in cui penseresti di imbatterti in chissà quale retroscena di politica estera. Invece oggi il politologo Sergio Fabbrini, a mio modo di vedere almeno, racconta un episodio che dice molto dello stato di tensione tra Roma e Bruxelles. Dopo settimane di scontri tra il governo Renzi e la Commissione europea – a mezzo interviste o veline incrociate – sui temi più disparati, dalla flessibilità fiscale all'immigrazione, ecco che adesso da Bruxelles qualcuno pensa di calare una carta ancora più pesante: la patente di democraticità. Detto altrimenti: caro Renzi, ci accusi di essere dei meri "burocrati"? Allora vediamo davvero chi ha più sostegno popolare.

 

Ecco dunque cosa scrive Fabbrini, riportando le parole pronunciate da Martin Selmayr, potentissimo capo di gabinetto del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, durante un convegno a porte chiuse. Nota bene preliminare, per chi si fosse perso le puntate precedenti: Selmayr ha un passaporto tedesco, il Foglio qui lo aveva ritratto per tempo, dopodiché nelle ultime settimane si era vociferato della volontà di Palazzo Chigi di porre le sue dimissioni sul tavolo dei pourparler con Angela Merkel. La parola a Fabbrini, finalmente:

 

"Pochi giorni fa ho partecipato a un convegno scientifico a Bruxelles cui ero stato invitato per discutere il ruolo del Consiglio europeo e il suo rapporto con le altre istituzioni comunitarie. Una delle sessioni del convegno è stata introdotta dal capo di gabinetto del presidente Juncker, un giurista tedesco di forte personalità e di altrettanta sicura competenza. La sua tesi è stata la seguente. La Commissione Juncker è diventata un organo politico, non amministrativo, perché è ora guidata dallo spitzenkandidat del partito che aveva ottenuto più seggi nelle elezioni  parlamentari del maggio 2014 (il partito popolare europeo). Da questo punto di vista, ha aggiunto, Juncker avrebbe più legittimità democratica di Renzi, in quanto quest'ultimo non è mai stato eletto dai cittadini del suo paese". Stoccata non da poco, per un "euroburocrate". 

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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