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Così la vulgata pikettiana sulla diseguaglianza ha fatto il lavaggio del cervello agli italiani

Sondaggio Ipsos-Mori: le persone sovrastimano, e di molto,  la quota di ricchezza posseduta dal top 1 per cento. In Italia i cittadini ritengono che i super-ricchi abbiano in mano il 46 per cento della ricchezza totale quando in verità hanno esattamente la metà.

4 Dicembre 2015 alle 13:51

Così la vulgata pikettiana sulla diseguaglianza ha fatto il lavaggio del cervello agli italiani

Tutto è partito dopo lo scoppio della bolla dei subprime americani e della crisi globale, i primi ad attaccare i più ricchi e l’ampliarsi della forbice delle disuguaglianze sono stati quelli di Occupy Wall Street che hanno lanciato gli slogan e le campagne contro il top 1%, i più ricchi tra i ricchi, coloro che avrebbero prima causato al crisi e poi ne avrebbero beneficiato. Poi l’onda contro il top 1% si è spostata in Europa con gli indignados, i Podemos, i Syriza e anche in Italia con i suoi Tsipras e Iglesias in sedicesimo: Landini, Grillo, Fassina, Vendola, Camusso. “I ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”, è lo slogan che ha unito le sponde dell’Atlantico, dato benzina i movimenti anti-austerity d’Occidente e audience ai mass media.

 

Ma quanto sono ricchi questi ricchi? Se lo è chiesto e lo ha chiesto ai cittadini di 28 diversi paesi del mondo Ipsos-Mori, uno dei principali istituti demoscopici britannici, per compilare il suo annuale “Perils of perception”, un sondaggio che mostra come le percezioni della popolazione molto spesso non corrispondano alla realtà e come molte convinzioni si dimostrino errate. Tra le tante domande sui diversi argomenti che riguardano la società dall’obesità all’immigrazione, dalle questioni religiose a quelle demografiche, Ipsos-Mori ha chiesto alle persone: “Quale quota della ricchezza totale delle famiglie pensi che sia in possesso dell’1% più ricco?”.

 

A parti pochi paesi tutti extraeuropei, le persone interrogate hanno sovrastimato e di molto la quota di ricchezza posseduta dal top 1% dal +36 dei britannici (che danno la risposta più lontana dalla verità) al +4 della Polonia (il paese europeo che dà la risposta più accurata, l’unico che si avvicina alla realtà). In Regno Unito le persone ritengono che il top 1% possieda il 59% della ricchezza globale, mentre il dato coretto è del 23 per cento; in Francia gli intervistati rispondono in media 56 per cento, mentre la realtà dice 23 per cento; in Italia i cittadini ritengono che i super-ricchi abbiano in mano il 46 per cento della ricchezza quando in verità hanno il 23 per cento, esattamente la metà, come in Regno Unito e Francia.

 



 

Se già questo dato dimostra quanto la nostra idea della realtà sia distorta dal tam tam mediatico-politico-editoriale, ce n’è un altro che fa diventare la situazione surreale. Nella domanda successiva infatti viene chiesto alle persone: “Quanta proporzione della ricchezza totale pensi l’1% più ricco dovrebbe possedere?” e dalle risposte si evince che secondo i cittadini intervistati la quota di ricchezza accettabile che il top 1% dovrebbe avere per molti paesi non è tanto distante da quanto sia in realtà: In Regno Unito dovrebbe essere 2 punti in meno, in Irlanda 3, in Spagna e Stati Uniti 10. Il caso paradossale però è quello dell’Italia: gli italiani pensano che il top 1% abbia il 46 per cento della ricchezza e che invece sarebbe giusto ne avesse il 26 per cento, il fatto però è che la quota reale detenuta dai super-ricchi è il 23 per cento, ovvero il 3 per cento di quanto secondo gli italiani sarebbe giusto. In pratica secondo le convinzioni degli intervistati sarebbe giusta una redistribuzione al contrario, a favore del top 1%.

 



 

 

Qualche tempo fa l’economista di Harvard Greg Mankiw, uno dei pochi che di questi tempi ha avuto il coraggio di “difendere l’1%”, analizzando proprio i dati di Piketty ha mostrato come la disuguaglianza, in questo caso dei redditi, sia aumentata dagli anni ’80 al 2000, ma da dieci anni a questa parte è rimasta costante e negli ultimi anni si è addirittura ridotta. “Come mai parliamo di disuguaglianza solo adesso? – si è chiesto Mankiw – un’ipotesi è che non ci preoccupiamo della disuguaglianza quando le cose vanno bene”. Fino a quando tutti crescevano l’aumento della diseguaglianza non è mai stato un problema, quando poi è arrivata la crisi è diventa un'arma formidabile per la retorica populista. È la crescita il problema, la lotta contro la disuguaglianza è probabilmente solo un modo con cui si manifesta la sofferenza per la lunga crisi.

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