Fondazioni scoppiate

Renzo Rosati
Consumate da aumenti di capitale e perdita di status, in politica non s’ode più la loro voce

Roma. Sessanta miliardi, quattro punti di pil: è quanto è costata dal 2008 ai soci privati la ricapitalizzazione delle banche italiane. Imposta dalle regole europee, dalla Banca d’Italia e anche da dissesti quale quello che ha prodotto per Banca Marche, Popolare dell’Etruria, Cassa di risparmio di Ferrara e Cassa di Chieti il decreto del governo di domenica scorsa. Salvataggio qui a spese di azionisti, parte degli obbligazionisti  e soprattutto di un fondo di 3,6 miliardi costituito dal sistema bancario, e per due miliardi circa anticipato da Unicredit, Intesa Sanpaolo e Ubi. Non è finita:  il soccorso della Cassa di risparmio di Teramo, il piano governativo inviso a Bruxelles per la bad bank dove fare confluire almeno 200 miliardi di crediti inesigibili, la conclusione della trasformazione delle Popolari in società per azioni, le fresche dimissioni dalla presidenza della Popolare di Vicenza del veterano Gianni Zonin dopo 20 anni in carica e un’inchiesta pendente (sostituito dal vicepresidente di Confindustria Stefano Dolcetta) e da gennaio il passaggio al bail-in, il sistema di salvataggio a carico di azionisti, obbligazionisti e correntisti oltre i 100 mila euro; schema parzialmente anticipato dall’intervento di queste ore. Il calcolo dei 60 miliardi è del Sole 24 Ore con la chiosa che essi “hanno quasi svuotato le casse delle fondazioni azioniste”. Svuotate no, però molto alleggerite: a fine 2008 il patrimonio delle fondazioni era di 48,8 miliardi. A fine 2014 di 41,2 miliardi: meno 15 per cento. Al quale si aggiungono i maggiori esborsi fiscali per le misure del governo Renzi (l’aumento dal 20 al 26 per cento dell’imposta sui dividendi), oggetto di lamentele sia dell’Acri, associazione delle Fondazioni, sia dell’Abi, quella dei banchieri.

 

A ben vedere questo è l’unico tenue cordone rimasto a legare le banche allo stato, in un paese che – a differenza del resto d’Europa – non ha messo denaro pubblico negli istituti di credito, e quando l’ha messo l’ha rivisto con interessi (è il caso dei Monti bond del Monte dei Paschi). Ma oltre ai soldi le fondazioni bancarie hanno perso ancora più del ruolo giocato negli anni d’oro. Molti ricordano le critiche delle tre fondazioni azioniste di Unicredit – CariVerona, CariTorino e Carimonte – contro l’allora ad Alessandro Profumo e la sua strategia di espansione nell’est Europa e nel sud Italia; rivolta, con conseguenti dimissioni di Profumo, sponsorizzata dalla Lega in nome del presidio del territorio. Ancora più incisiva, sofisticata e di diverso imprinting politico l’azione di arbitro tra i soci industriali – dalla Fiat a Diego Della Valle – della fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo, presidiate dal tandem Giuseppe Guzzetti-Giovanni Bazoli, nel Corriere della Sera, a cominciare dalla nomina del direttore. Mentre a Siena, nei territori del Monte dei Paschi, padrona assoluta era la fondazione blindata dal Pds.

 

[**Video_box_2**]In cinque anni tutto è cambiato: l’Unicredit ha rinunciato ai propositi di grandezza per concentrarsi sul core business bancario; al Corrierone comanda chi ha più azioni, cioè la Fiat versione Sergio Marchionne; l’Mps è ormai una quasi-public company. Se tutto questo è stato imposto dalla crisi e dal mercato, nonché da direttive europee che mal tolleravano le cosiddette “banche di sistema”, il Risiko che impegnava le fondazioni spesso oltre i loro mezzi, oggetto del protagonismo dei capi delle banche e strategia di ministri à la Tremonti, nel 2014 è arrivato il ciclone Renzi. Che, tasse a parte, ha prodotto tre scosse sismiche: trasformazione in società per azioni delle prime dieci banche popolari, vissuta come una più estesa minaccia a quel potere locale che esprime i vertici delle fondazioni, casse di risparmio e popolari stesse; obbligo per le fondazioni di non detenere più di un terzo del capitale della banca controllata; sostituzione traumatica dei vertici della Cassa depositi e prestiti, dove le fondazioni azioniste al 18,4 per cento esprimevano l’ex presidente Franco Bassanini, mentre il successore Claudio Costamagna è stato scelto da Palazzo Chigi. Così Guzzetti, a nome dell’Acri, ha ripiegato sulla difesa dei dividendi e dei tre posti in cda. Un declino irreversibile? Forse un gioco in difesa. Nel 2014 il patrimonio è tornato a crescere (di 400 milioni), così come le erogazioni per cultura, beneficenza e volontariato. Ma sono state di 911 milioni; nel 2007 furono di 1,7 miliardi.