David Cameron (foto LaPresse)

Cameron ha una “clausola-freno” per Bruxelles. Se basti, è da capire

Marco Valerio Lo Prete
Moavero Milanesi, già ministro per l’Ue, al Foglio: “La posizione psicologica di Londra sembra quella di chi vuole rimanere dentro l’Unione. E’ una buona notizia. La cattiva notizia è che, politicamente e giuridicamente, non è semplice trovare una quadra su possibili riforme significative”.

Roma. Un “freno d’emergenza” per tutelare gli interessi economici del Regno Unito e dei paesi che sono fuori dall’euro, utile a ostacolare decisioni dei paesi dell’Eurozona che potrebbero mettere in difficoltà Londra. E’ questa, secondo il Financial Times, la proposta finora più dettagliata che David Cameron sta facendo circolare in maniera informale a Bruxelles. A novembre, infatti, ci si attende che il premier conservatore inglese invii una lettera agli omologhi europei con alcune richieste di principio che condizioneranno il futuro del paese di Sua Maestà nel progetto comunitario: se le modifiche saranno accettate, il governo inglese potrà tornare in patria, rivendicare il suo operato e battersi per il “no” al Brexit, cioè all’uscita di Londra dall’Ue, in occasione del referendum che si terrà da qui al 2017. Se invece Cameron rimarrà con nulla in mano, o con quello che gli elettori giudicheranno un pugno di mosche, allora Brexit sia.

 

Secondo il quotidiano della City, la “clausola-freno” servirebbe a “rafforzare il diritto dei paesi fuori dall’euro – quando rischiano di essere messi in minoranza – a ritardare un voto se esso minaccia potenzialmente l’integrità del mercato unico”. Come? “Facendo scattare consultazioni aggiuntive sulla norma in questione a livello di leader dell’Ue”. Lo stesso Financial Times fa notare che “i dettagli del funzionamento di questo meccanismo, in caso di mancanza di un compromesso, rimangono oscuri”. Tuttavia si registra un salto di qualità rispetto alle petizioni di principio finora trapelate sulla stampa britannica, che oscillavano dal riconoscimento di una Unione con monete diverse a una maggiore trasparenza sui processi decisionali dell’Eurozona, dall’impegno a non essere inglobati in un super stato europeo alla remota eventualità che gruppi di Parlamenti nazionali possano bocciare le proposte di direttive della Commissione Ue.

 

Enzo Moavero Milanesi, profondo conoscitore delle dinamiche comunitarie degli ultimi decenni e già ministro per gli Affari europei con i governi Monti e Letta, dice al Foglio: “Le anticipazioni del Financial Times, se confermate, delineerebbero una sorta di paradosso storico. Negli anni 70, quando la Comunità europea era di 9 membri, prendere decisioni legislative era diventato sempre più arduo, in un Consiglio che procedeva con il metodo consensuale stabilito dal ‘Compromesso di Lussemburgo’ del 1966 – continua il professore di Diritto comunitario alla Luiss – La svolta si ebbe nella seconda metà degli anni 80, grazie anche alla spinta del Regno Unito per il rapido completamento del mercato unico europeo, senza più barriere. A tal fine, l’Atto Unico del 1987 modificò il Trattato della Comunità europea prevedendo il voto a maggioranza in seno al Consiglio. Dunque, fa riflettere che, oggi, proprio Londra sembri invocare cambiamenti che appaiono in frizione con la classica regola maggioritaria che inevitabilmente fa sì che qualche stato possa trovarsi in minoranza”. Nel merito, Moavero Milanesi fa notare che “l’idea di una ‘clausola-freno’ va studiata bene ed è difficile da formulare, sia dal punto di vista politico, che da quello giuridico”. Per certi versi rischia di reintrodurre “un sistema para-consensuale, suscettibile di rallentare l’azione legislativa Ue, proprio in un momento in cui vanno compiuti dei passi cruciali, in particolare a favore di un mercato europeo dei servizi. Un mercato che può portare crescita e occupazione; con settori chiave: trasporti, energia, telecomunicazioni e servizi finanziari, così cari a Londra”. Inoltre, sostiene il docente, “va fatta grande attenzione al campo di applicazione dell’ipotetica ‘clausola freno’: varrebbe per tutte le materie di competenza Ue? Se ne potrebbero avvalere tutti gli stati? Quale sarebbe l’effetto d’insieme?”.

 

La valutazione politica e Palazzo Chigi

 

Il premier conservatore Cameron, eletto per la prima volta nel 2010 e poi riconfermato dal voto dello scorso maggio, si confronta con uno scenario tutt’altro che prevedibile. Questa settimana comunque si è sbilanciato almeno un po’: “Il mio compito, come primo ministro, è strappare l’accordo migliore per la Gran Bretagna in Europa, far sì che possiamo avere il meglio dei due diversi sistemi – ha detto in un’occasione pubblica – Ed è quello che faccio, dicendo chiaramente quali sono le cose da cambiare su sovranità, competitività, giustizia tra chi è dentro l’euro e chi è fuori, immigrazione e welfare”. Fuor di retorica, la “clausola-freno” sembra andare proprio in questa direzione, conferma Moavero Milanesi: “E’ interessante l’intento propositivo del governo britannico, volto a ottenere qualche riforma dell’Ue da sottoporre alla propria opinione pubblica al momento del referendum. Se ne trae l’impressione che la posizione psicologica di Downing Street sia quella di chi, tutto sommato, vuole rimanere dentro l’Unione. Questa è una buona notizia. La cattiva notizia è che, politicamente e giuridicamente, non è semplice trovare una quadra su riforme significative, concordabili in tempi brevi fra i 28 stati Ue”.

 

[**Video_box_2**]Londra già gode di robuste clausole di “opt-out” su moneta unica, accordi di Schengen e applicazione diretta della Carta dei diritti fondamentali. Cosa concedere ancora per saziare l’opinione pubblica britannica? E’ la domanda, finora senza risposta, che circola nelle cancellerie di Roma e Berlino, per varie ragioni favorevoli a che il Regno Unito rimanga nell’Ue. L’impegno finora è quello di evitare uscite pubbliche – per quanto possibile anche da parte degli organismi brussellesi – che possano essere strumentalizzate dal fronte pro Brexit. Né si escludono dichiarazioni congiunte dei leader di governo a favore di semplificazioni o risparmi di spesa da imporre alle burocrazie comunitarie. Ma per il momento si lavora ancora ai margini, cercando di non disturbare troppo l’imprevedibile opinione pubblica della democrazia liberale più antica del continente. 

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