Vladimir Putin e Sergei Pugachev

Le nuove tasse di Putin preoccupano gli oligarchi del petrolio

Gabriele Moccia
Gli scontri tra i principali gruppi economici del paese mettono in seria difficoltà la Russia

Roma. La Russia è ripiombata nella guerra oligarchica, con la notizia della richiesta di risarcimento al governo per 12 miliardi di dollari dell’ex magnate del petrolio Sergei Pugachev (fautore tra gli altri della nascita della compagnia Yukos). Pugachev, che aveva beneficiato del programma elaborato dalla Repubblica federale per salvare alcune aziende dal fallimento, dopo il crollo del Muro (attraverso il programma di privatizzazione “Loans for share” del 1995), si è visto progressivamente congelare i propri beni, mossa che ha fatto scattare la sua battaglia legale. Ma anche altre scelte, in questo caso di politica economica, rischiano di alimentare altri scontri tra i principali gruppi economici del paese. Il Cremlino si appresta a una svolta energetica che è stata annunciata da Vladimir Putin. Secondo il presidente russo l’economia è ormai matura per diminuire sensibilmente la sua dipendenza dal prezzo del petrolio, per garantire equilibrio e sostenibilità alle finanze dello stato. A Mosca si fa fatica a chiudere i conti del bilancio 2016.

 

Putin, dunque, ha chiesto ai suoi funzionari di lavorare a un nuovo aggiornamento del prelievo fiscale sulle società petrolifere. L’impegno parallelo è quello di non intaccare le capacità in termini di investimento e capitali delle compagnie petrolifere. Per ora i capi azienda, da Gazprom a Lukoil, tengono le bocche cucite, così come non ha parlato Igor Sechin, il ceo di Rosneft, anche se la sua società potrebbe essere quella più colpita dalle nuove misure, perché più esposta al fisco russo. Pesano anche attriti personali. Nonostante Sechin sia appena stato riconfermato dal suo board al timone dell’azienda, qualche mese fa Putin lo ha pubblicamente sanzionato, ricordandogli i suoi doveri di servitore dello stato, prima che dei suoi affari. L’inner circle putiniano critica la gestione di Rosneft su due punti. Il primo riguarda l’utilizzo di pesanti emissioni obbligazionarie in rubli per ricapitalizzarsi e alleviare il pesante fardello del suo debito (40 miliardi di dollari circa). Meccanismo che ha scatenato manovre speculative sulla valuta russa. La seconda accusa è quella relativa a un sostanziale arretramento delle attività di Rosneft nell’Artico, a vantaggio delle compagnie occidentali, ExxonMobil e Statoil in primis. L’opzione fiscale principale alla quale sta lavorando il ministero delle Finanze mira a cambiare la tassa sull’estrazione minerale, per fare lievitare il livello di tassazione sulle attività petrolifere di 609 miliardi di rubli aggiuntivi nel 2016. I tecnici dovranno modificare il meccanismo per ricalcolare il cosiddetto prezzo di cut-off (fissato a 15 dollari al barile) che determina quale percentuale delle entrate per le compagnie petrolifere non è soggetta all’imposta di estrazione. Altri 150 miliardi di rubli potrebbero arrivare dal congelamento della misura di riduzione dei dazi sull’esportazione di gas e petrolio, che il Cremlino aveva, invece, promesso. Ma non tutti sono sicuri che il governo andrà fino in fondo. Per Valery Nesterov, analista di Sberbank, “la proposta verrà difficilmente implementata, in quanto un passo di questo tipo potrebbe portare a un netto declino degli investimenti, che a loro volta farebbero crollare la produzione”.

 

[**Video_box_2**]“Tuttavia – ha detto Nesterov – dichiarazioni di questo tipo sono un campanello d’allarme, perché significano che il ministero delle Finanze ha bisogno di soldi molto velocemente”. Il responsabile del dicastero, Anton Siluanov, ha invitato le società energetiche a rivedere la loro politica d’investimenti per mettersi al passo con i prezzi del greggio, ma gran parte della strategia per risollevare le sorti dell’industria del settore passa, al contrario, dal completamento di pipeline molto costose. Rosneft ha anche dovuto dire “no” all’Arabia Saudita che gli ha chiesto di tagliare la produzione e allinearsi alle scelte Opec, per combattere i produttori americani di shale oil. Una risposta che nasconde l’impossibilità di tagliare la produzione per ripagare il proprio debito e continuare ad alimentare il budget federale.

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